La formazione alla nonviolenza. Percorsi di analisi
di Raffaele Barbiero – L’idea di questo articolo nasce da due fonti di ispirazione. La prima proviene da un’esperienza personale[1]. La seconda deriva da una




di Raffaele Barbiero – L’idea di questo articolo nasce da due fonti di ispirazione. La prima proviene da un’esperienza personale[1]. La seconda deriva da una
25 anni fa i No Global “vedevano” il futuro 09.08.26 – Forlì-Cesena – Redazione Romagna (Foto di Fabrizio Maffioletti) Il professore di economia ed ex direttore
Ecco qui spiegati i tuoi diritti, come descritti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Scarica l’opuscolo!

Accra, capitale del Ghana, è una città vitale, moderna. Vitale e moderna è anche Esi, giovane, colta e in carriera, determinata a realizzarsi. Il suo matrimonio però vacilla, e quando il marito la costringe a un rapporto non voluto, decide di divorziare. Amici e familiari, sbalorditi, tentano di dissuaderla (in fondo, Oko è un buon marito, non la picchia nemmeno…), ma Esi non sente ragioni. Dopo la separazione, si innamora di Ali Kondey, un affascinante musulmano già sposato con Fusena, che ha sacrificato al ruolo di moglie e madre ogni ambizione di studio e successo. Esi accetta il difficile ruolo di seconda moglie, ma ben presto anche questa situazione si rivela una trappola… E inutili si riveleranno i consigli della sua migliore amica, l’infermiera Opokuya, una donna che lotta per ritagliarsi degli spazi di libertà nonostante il complicato ménage casalingo composto da marito e quattro figli. Con una narrazione vivissima e una scrittura che sa commuovere e nello stesso tempo tratteggiare un’impietosa satira sociale, Cambiare (1991) – romanzo che ha vinto il Commonwealth Prize – tocca con sguardo originale temi straordinariamente attuali, a ogni latitudine.

Nel 1324 Mansa Musa, il sultano del Mali, «l’uomo più ricco che il mondo abbia mai visto», intraprende il suo pellegrinaggio verso La Mecca, a capo di un immenso corteo lungo decine di chilometri e composto da migliaia di uomini e da altrettanti dromedari carichi di quintali e quintali d’oro. Un viaggio destinato a entrare nella storia, ammantato di leggenda, grazie alle cronache arabe dell’epoca e dei secoli a venire. L’autore ricostruisce quel cammino, inserendolo nel contesto storico e culturale del tempo, rivelandone gli aspetti politici e strategici oltre a quelli religiosi ed economici. Il percorso della carovana del sultano diventa così una sorta di metafora, utile a spiegare la fitta rete di legami e di scambi, che avvolgeva il Mediterraneo, unendo l’Africa all’Europa. Si viene così a delineare una lettura nuova e multicentrica della storia, in cui l’Africa è un’importante protagonista e non la terra isolata dell’hic sunt leones. «Disegnata la cornice, delineato lo sfondo, il racconto del viaggio di Mansa Musa assume una valenza più ampia di quella esplicitamente religiosa legata al pellegrinaggio alla Mecca. La ricostruzione delle peripezie della carovana, carica d’oro e di schiavi, diventa, infatti, il resoconto di un’operazione politica e di immagine quanto mai moderna e in gran parte riuscita. La traversata del deserto, l’arrivo al Cairo, che all’epoca era l’equivalente della New York attuale, e l’incontro con il sultano mamelucco si rivelano così i tasselli fondamentali per accreditare il Mali, come il suo sovrano, nel vasto mondo islamico del tempo. Ciò che ho cercato di fare è stato sottrarre, almeno in parte, quel viaggio alla ricezione un po’ stereotipata più diffusa, per riportarlo nella storia e connetterlo con le complesse reti che caratterizzavano il mondo mediterraneo e l’Africa subsahariana».

Quanto è cambiata la guerra? Alessandro Arduino parte da storie personali di mercenari, istruttori militari, imprenditori della sicurezza e hacker, per poi espandersi in una visione geopolitica più ampia che abbraccia le crisi dalla vicina Asia centrale alla Cina, la guerra in Ucraina, l’Afghanistan sotto i Talebani, la ricostruzione in Siria e i conflitti nel cyberspazio. Arduino offre un’esposizione che va oltre le percezioni occidentali, integrando prospettive asiatiche e mediorientali, oltre a quelle dei gruppi militari privati, dove la difesa del proprio Paese cede il passo alla ricerca del profitto. Con ventidue anni trascorsi in Cina e una conoscenza diretta degli attori coinvolti, Arduino esamina i cambiamenti della guerra attraverso dati provenienti da fonti primarie, interviste sul campo e ricerche condotte in zone di conflitto.

Che cosa resta dell’opinione pubblica nell’epoca dei social, delle bolle digitali, dell’informazione infinita e dell’attenzione ridotta a un lampo? In un dialogo serrato, Ezio Mauro e Zygmunt Bauman si confrontano sulla trasformazione dell’agorà in un labirinto di solitudini connesse, dove la politica perde presa sulla realtà e i cittadini scivolano nell’impotenza e nel risentimento. Ne nasce una mappa lucidissima del nostro presente: la crisi dei media, la cultura dell’oblio, la secessione delle élite, la paura dell’altro, la fragilità delle democrazie. Ma, nel cuore di questa epoca senza opinione pubblica, Bauman e Mauro rivendicano l’ostinazione del pensiero critico e della speranza: l’unica forza capace di restituirci parola, responsabilità e futuro.

Fin da piccola, Nogaye si è chiesta quale fosse il suo posto. Nonostante avesse una casa, una famiglia, degli amici, si è sempre sentita in bilico tra due mondi. Nata in Italia da genitori di origine senegalese, cresciuta in un paesino di provincia, Nogaye ha assorbito tutto il pregiudizio e il rifiuto che la nostra società riserva a chi è “straniero” e ha istintivamente cercato, con tutta se stessa, di appartenere a una maggioranza che la faceva sentire diversa. Per anni ha addotto scuse per non recarsi in Senegal a conoscere la sua famiglia allargata; per anni ha sofferto per il suo aspetto “sbagliato”; per anni si è fatta chiamare con un altro nome, Noghina.
Ma Noghina e Nogaye sono due anime della stessa persona, due anime che si sono sfuggite, si sono date battaglia, ma alla fine si sono abbracciate e ricomposte come tessere di un puzzle. Per arrivarci tuttavia ha dovuto affrontare un percorso lungo per smantellare il razzismo interiorizzato, fatto di letture, studi e incontri e soprattutto di viaggi in Senegal. Grazie a ciò Nogaye si è riappropriata della sua identità e ha potuto prendere lo slancio per diventare attivista per diritti civili e sociali. Nogaye quindi ci propone in questo libro il percorso di decostruzione che lei in primis ha fatto, illuminando zone di ombra che spesso vengono ignorate o negate.

Genere letterario: saggio
Anno di pubblicazione: 1987
Editore: L’Argonauta, Latina
Il testo afferma che la comunicazione di massa non esiste, attraverso una serie di riflessioni relative al diverso significato di ‘trasmettere’ e ‘comunicare’.
L’autore ci propone esempi di vario tipo, molti dei quali raccolti attraverso esperienze in prima persona presso scuole e gruppi di giovani. Il tema del potere e del dominio sono il filo conduttore di varie considerazioni con le quali Danilo Dolci ci invita a ragionare sul fatto che chi più possiede più agevolmente domina, cosa che si esplicita in modo particolare attraverso l’uso della televisione, dei computer e del modo in cui la ‘comunicazione’, o meglio, la trasmissione unidirezionale del pensiero, avviene attraverso questi mezzi. Il concetto di indifferenza e responsabilità personale è parte integrante dell’analisi poiché l’autore evidenzia il fatto che ognuno di noi è ‘responsabile se lascia fare’. Il linguaggio risente del momento della scrittura e del ruolo di poeta dell’autore, a tratti può apparire quindi non più così vicino a noi. Autentiche e incisive le parti in cui sono proposti gli interventi di scolari, studenti o giovani adulti in vari contesti quali discussioni e incontri.

Il volume rappresenta un’introduzione socio-storica delle principali teorie e ricerche empiriche sul razzismo. A fronte delle dinamiche della contemporaneità sempre più segnate da un discorso politico e pubblico contro migranti e minoranze etniche vi è nuovamente la necessità di riflettere sulle dinamiche razziste. Nello specifico, il testo affronta diversi autori e differenti approcci al tema in questione offrendo un quadro ampio e articolato del fenomeno: dal razzismo quale ambito di studio, passando per gli studi classici sulla distanza sociale, il rapporto tra classe, casta e razza e le indagini di Adorno e Myrdal per giungere al dibattito psico-sociologico, al cosiddetto nuovo razzismo, agli studi delle ethnic relations e all’analisi del razzismo ambientale.

Il libro di Chiara Nencioni restituisce voce a una pagina dimenticata della storia italiana: la partecipazione di rom e sinti alla lotta partigiana. Un contributo di correttezza storiografica tanto necessario quanto raro, in un campo ancora segnato da lacune e pregiudizi.
Attraverso testimonianze orali e fonti d’archivio, tra cui il fondo Ricompart dell’Archivio Centrale dello Stato, vengono ricostruiti i percorsi di una ventina di resistenti, tra partigiani combattenti, fiancheggiatori e resistenti civili, attivi in diverse aree dell’Italia settentrionale. Tra loro spicca Amilcare “Taro” Debar, sinto torinese che combatté nella brigata Garibaldi Dante Di Nanni e partecipò alla liberazione di Alba, insignito del diploma partigiano da Sandro Pertini. O ancora Vicenzina Pevarello, sinta, ultima partigiana sopravvissuta, che a 97 anni porta ancora la memoria di un marito fucilato a 19 anni.
I protagonisti vengono definiti ćiriklé, “uccellini” in romanì, perché costretti a darsi alla macchia, in lotta contro i kastènghere, quelli del manganello. Una terminologia che restituisce identità e umanità a chi la storia ufficiale ha troppo spesso ignorato.
Il libro è al tempo stesso ricerca storica e atto civile: ricorda che i rom sono cittadini italiani, e che alcuni di loro hanno onorato quella cittadinanza con la vita.

Gerusalemme è una città dilaniata da millenni di guerre, scontri fra religioni, conflitti fra politiche contrapposte, che ne hanno fatto un simbolo, un avamposto strategico, un luogo da conquistare e controllare.
L’autrice Paola Caridi vi ha vissuto per dieci anni e spesso vi ritorna: i suoi resoconti ci restituiscono una città indimenticabile per la bellezza delle mura antiche, per i suoi tempi scanditi dai canti, per la sua umanità dolente. Ma ricostruiscono anche una città crudele, dove israeliani e palestinesi fanno talvolta la spesa negli stessi supermercati, per poi rinchiudersi nei confini dei rispettivi quartieri. Una città costellata di posti di blocco che controllano gli spostamenti di persone, merci e idee; densa di segni e memorie antiche e recenti, e in cui ogni stagione politica porta con sé nuove versioni della storia passata, nuove ripartizioni degli spazi urbani, nuove costrizioni che divengono abitudini di vita.
Se ci si concentra su una Gerusalemme “senza Dio”, salgono in superficie gli aspetti negati della vita quotidiana. Anzitutto, i diritti nella città, differenti nei fatti a seconda di chi prova a esercitarli. Sopravvive la speranza: che Gerusalemme, una e condivisa da tutti, torni a essere una città per gli uomini e le donne che lì vivono.

Il libro in questione, alla sua seconda edizione risalente al 2022, cerca di ripercorrere la recente storia dell’Ucraina, in seguito agli ultimi eventi che hanno scosso la nazione: dal primo tentativo di indipendenza fino alla fine della Grande Guerra; alle terribili prove del periodo sovietico e della seconda guerra mondiale; dalla «rivoluzione arancione» fino all’attacco russo. Già dal titolo si percepisce la difficoltà dell’Ucraina, dato il suo passato all’interno dell’URSS e la vicinanza con l’Occidente, che porta ad una incertezza collettiva riguardo l’identità nazionale. Di contro, una critica necessaria è quella della professoressa Simona Merlo, secondo cui ”il maggiore problema del volume risiede nel fatto che l’identità contesa, evocata dal titolo, è riferita soprattutto a fatti recenti, a partire dalla «rivoluzione arancione» del 2004, passando per la mancata stipula del trattato di associazione e libero scambio con l’Unione Europea, fino al conflitto con la Russia di questi ultimi mesi, e non collocata nella vicenda storica di cui l’Ucraina è stata protagonista sul lungo periodo”. Lo scopo dell’autore e il fine del volume è quello di cercare di far riflettere i vari lettori e ripensare l’identità europea e la prospettiva unitaria del continente, superando la logica di potenza con la quale si continuano a concepire i rapporti fra i popoli.
ed. 2014

È la storia di Zehra Doğan, una attivista, giornalista e artista contemporanea curda, condannata per un disegno e gettata nella prigione numero 5 di Diyarbakir, nella Turchia orientale. Una prigione inscritta nella storia del paese come un luogo di persecuzione, ma anche di resistenza e di lotta del popolo curdo. I disegni che lo compongono, fatti uscire clandestinamente dalla prigione numero 5, sono stati fatti da Zehra Doğan nonostante la mancanza di materiale, sfidando muri e divieti.
Le idee non possono essere prigioniere. Trovano la loro strada, scivolano dentro le fessure, attraversano le finestre con le sbarre e le crepe dei muri. Evitano agili il filo spinato. Raggiungono l’esterno della prigione come rami d’edera. E alla fine, arrivano a noi.
2021

Rivisitando alcune categorie classiche del pensiero novecentesco, il lavoro di Byung-Chul Han si focalizza con particolare attenzione sul disagio dell’individuo tardo-moderno nella società odierna, caratterizzata dalla prestazione, dalla competizione e, soprattutto, dall’appiattimento delle contraddizioni e dal venir meno della negatività. Le analisi sviluppate nei saggi qui raccolti mettono in luce, nello specifico, come l’ossessione dell’iperattività e la tendenza sempre più forte al multitasking arrivino a produrre disturbi di natura depressiva e nevrotica. Tali espressioni di malessere e di “stanchezza” vengono interpretate come ovvia conseguenza dell’incapacità del soggetto di sostenere i ritmi dell’iperproduzione postcapitalistica in un contesto in cui non esiste più un modello sociale imposto dall’Esterno, dall’Altro, ma è anzi il soggetto stesso ad averlo introiettato.
2025

La pluralità di lingue, culture, religioni, provenienze, bisogni, aspettative, caratterizza la città contemporanea. La trasformazione multiculturale dei contesti urbani pone numerosi interrogativi agli amministratori e alle istituzioni, agli studiosi, agli operatori dei servizi, ai cittadini. Come riprogettare la città affinchè siano garantite uguali opportunità nell’esercizio dei diritti di cittadinanza, nell’accesso ai servizi per tutti? Quali politiche nazionali e locali sono necessarie per rafforzare la coesione sociale e per far sì che strade e quartieri sempre più caratterizzati da un’eterogeneità sociale diventino luoghi e spazi di inclusione? I molti volti delle diversità visibili e meno visibili sono descritti e analizzati nella prima parte ”paesaggi migratori e convivenza interculturale” attraverso gli sguardi dell’antropologo, del sociologo, dell’esperto di urbanistica, della pedagogista, con l’intento di comprendere la complessità della scena urbana contemporanea e di suggerire nuovi linguaggi, nuove forme di comunicazione, nuovi percorsi identitari. La seconda parte ”i servizi alla persona in chiave interculturale” pone al centro i servizi, chiamati a ripensarsi in senso interculturale, ad aprirsi a nuove prospettive e percorsi. Le esperienze riportate fanno riferimento a quattro macro aree: i servizi educativi e la scuola, i servizi socio- sanitari, i servizi bibliotecari, i servizi di polizia. Dalla visione d’insieme emerge come la società italiana stia progressivamente elaborando nuove strategie per arrivare a un’armoniosa convivenza multietnica.
ed. 2006

Uliano è emigrato illegalmente in Jugoslavia nel 1947. Ahmed è entrato in Italia senza un permesso di lavoro nel 1989. Luigi ha creato una fabbrica in Canada, dove vive da cinquant’anni. Naiaga ha creato una fabbrica in Friuli, dove vive da quindici anni. Ana vuole diventare cittadina italiana per poter votare, perché se si vota ci si sente più partecipi alla vita sociale. Vittoria ha vissuto diciassette anni in Germania, ma si è sempre sentita un’immigrata. Bozidar ha dovuto lasciare la Bosnia per colpa della guerra e oggi suo figlio parla l’italiano meglio del serbo-croato. Il bambino di Ines ha imparato prima il tedesco dell’italiano, perché in Svizzera il figlio di uno stagionale era un clandestino e la famiglia che lo teneva in incognito era svizzero-tedesca.
Storie di emigrazione di un’epoca lontana alcuni decenni e storie di emigrazione di tempi più recenti. Gente che è partita lasciando quello che aveva nella speranza di trovare di meglio in un altro paese, spesso in un continente diverso. Storie che hanno per punto di incontro- per alcuni di partenza, per altri di arrivo- il Friuli, la regione più segnata dall’emigrazione nella storia italiana dell’ultimo secolo e mezzo e una tra quelle dove più marcata è la presenza di immigrati. Storie umane allo specchio, alla ricerca di un dialogo senza preconcetti. Un dialogo possibile, per capire come cambia la società e quali risposte si possono dare a dei quesiti solo apparentemente nuovi.
ed. 2005


L’8% del bilancio alla difesa americano è privatizzato; in Iraq il “contingente” delle compagnie militari private è il secondo più numeroso sul campo; il mercato dei soldati mercenari in tutto il mondo si attesta sui 100 miliardi di dollari all’anno ed è in continua espansione. Le cifre parlano chiaro e questo libro porta in primo piano un tema di scottante interesse: la presenza attiva e diffusa di attori privati nei meccanismi della guerra…
ed. 2004