A proposito di Referendum

di Fabio Gavelli – giornalista e scrittore

In apparenza la Riforma Nordio, su cui i cittadini sono chiamati ad esprimersi nel referendum del 22 e 23 marzo, riguarda argomenti tecnici, ostici per le persone comuni. Non è proprio così. In realtà la legge è destinata a cambiare il rapporto fra il cittadino e lo Stato. Prima di ragionare su come mai il governo abbia fatto approvare una norma che modifica ben 7 articoli della Costituzione senza nemmeno un dibattimento alle Camere, occorre togliere di mezzo subito un equivoco: la Riforma Nordio non renderà i processi più rapidi. Per ottenere tale meritevole obiettivo occorrono, a sentire magistrati, avvocati e giuristi, investimenti sul personale, meno burocrazia e maggiore uso delle tecnologie. Niente di tutto ciò è previsto nella riforma, come è stato costretto ad ammettere in più occasioni lo stesso ministro della Giustizia.
Poiché chi scrive non è un addetto ai lavori, si procede in base ad una serie di elementi, di carattere culturale e politico, emersi dall’ampia documentazione disponibile sui media ed online.
L’unica questione forse non semplice da capire, a 80 anni dall’entrata in vigore della Carta costituzionale, riguarda l’importanza dell’autonomia e del bilanciamento dei tre poteri fondamentali: legislativo (detenuto dal parlamento), esecutivo (dal governo) e giudiziario (dalla magistratura). Oggi tale impianto si dà per scontato, ma è sufficiente guardare film o serie TV ambientati in Paesi in cui tale equilibrio non esiste o funziona male, per capire quali enormi rischi possano ricadere sui cittadini, sottoposti ad abusi, sottomissioni o colpi di mano.
Perché il governo ritiene allora così fondamentale la Riforma Nordio, se non migliora le lacune del nostro sistema giudiziario? Al di là di una serie di tecnicismi o dell’aspra battaglia contro le “correnti” nella magistratura, portati avanti dall’esecutivo e dai fautori del Sì, per tentare una risposta occorre esaminare alcuni fatti.

Il primo riguarda l’ampio ricorso alla decretazione d’urgenza, anche su temi come la sicurezza, che mira a sottrarre al parlamento la sua funzione fondamentale. Forzature simili sono accadute anche in passato, ma il governo Meloni si distingue per l’insistenza su tali modalità. In sostanza, l’esecutivo vuole prevalere sul legislativo.
Non solo. Non passa settimana senza che la premier, i suoi ministri o esponenti della maggioranza di destra, si lamentino per “l’intollerabile invadenza della magistratura sull’azione del governo” (Giorgia Meloni, 29 ottobre 2025, La Stampa e altri media). Fra l’altro ciò è accaduto per il Ponte sullo Stretto (in quel caso nel mirino è finita la Corte dei Conti), per i decreti sull’immigrazione e per la stessa Riforma Nordio. Ancora una volta l’esecutivo intende pesare di più su un altro potere, quello giudiziario.

Senza entrare nel merito del nuovo Consiglio superiore della magistratura e della bizzarra e discutibile trovata del sorteggio dei suoi membri, si può comprendere a questo punto come mai autorevoli magistrati, giuristi e avvocati, ritengano che la Riforma Nordio sia l’apripista verso la subordinazione della magistratura ai voleri del governo. La pericolosità sociale di una tale prospettiva dovrebbe risultare chiara a chiunque.
Posto che la legge Nordio non interviene sui malfunzionamenti della giustizia italiana, la domanda a cui i cittadini devono in sostanza rispondere il 22 e il 23 marzo è la seguente: vi sentireste più sicuri di fronte a un magistrato indipendente oppure davanti a uno che potrebbe essere “orientato” dal potere politico?

Da Licio Gelli a Nordio: un disegno autoritario con il controllo della magistratura

<Il programma> prevede <l’unità del pubblico ministero>, <la responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del PM>, <la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento>, e la <separazione delle carriere fra requirente e giudicante>.

Queste proposte si leggono a pagina 5 del “Piano di Rinascita Democratica” della loggia massonica P2, sequestrato dai magistrati nel luglio del 1981 alla figlia di Licio Gelli. L’intero documento fu redatto da Francesco Cosentino, che è stato segretario della Camera dei deputati dal 1964 al 1976, ma la paternità, rivendicata, è di Licio Gelli. Sul “Maestro Venerabile” si è scritto tanto, ma in questa sede è sufficiente ricordare che fu condannato in via definitiva per il depistaggio della strage alla stazione di Bologna del 1980 (secondo la sentenza ne fu, in concorso, il finanziatore) e per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano.

Perché far riferimento al progetto della P2 mentre ci si avvicina al referendum sulla Riforma Nordio del 22 e del 23 marzo? La prima ragione risiede nel fatto che i principi di revisione, scritti in apertura, pensati dal capo della P2, ricompaiono, pur con alcune modifiche, nella proposta di modifica costituzionale approvata il 30 ottobre 2025 dalla maggioranza di governo.

Lo scopo dichiarato del piano di rinascita voluto da Gelli, consiste, nella sua completa articolazione, in una sostanziale trasformazione in senso autoritario dello stato italiano. Per raggiungere tale obiettivo, si rendeva dunque necessario smantellare buona parte della Costituzione.

Passiamo dalla storia alla cronaca. La necessità di modificare la Costituzione, per <aggiornarla ai tempi> e rendere più <stabili> i governi è sostenuta spesso da Giorgia Meloni e dagli esponenti del centrodestra, che puntano al premierato, un sistema che prevede la nomina diretta del primo ministro da parte dei cittadini (e non dal parlamento) con lo scopo di rendere gli esecutivi più solidi e duraturi. A questo si accoppia la riforma elettorale, tuttora in discussione, che intende dare un cospicuo premio di maggioranza all’alleanza che otterrà oltre il 40% dei voti. La conseguenza è che pur essendo scelto da una minoranza del Paese (ma la minoranza più numerosa) il governo, in forza dei numeri, potrebbe far approvare norme che escludano qualsiasi forma di mediazione con le altre parti politiche e sociali, com’è sovente accaduto in Italia, che non a caso ha un regime parlamentare e non presidenziale. Esempio fondamentale: con una tale rappresentanza sovrastimata in parlamento si potrebbe nominare il presidente della Repubblica anche imponendo un personaggio del tutto sgradito all’opposizione. In sostanza: il governo potrebbe fare quello che gli pare, il parlamento sarebbe ridotto a un ruolo testimoniale o poco più.

Ed ecco il secondo punto che lega in modo stretto il progetto che fu di Gelli negli anni Ottanta ed è ripreso ora da Fratelli d’Italia e alleati: indebolire l’indipendenza della magistratura per approdare a un sistema che restringa gli spazi democratici dei cittadini e il sistema dei diritti previsti dalla Costituzione. Lo stesso Gelli, in una intervista del 2008 reclamò ironicamente il diritto d’autore riferendosi ai passi salienti del suo progetto eversivo di trent’anni prima, che nel frattempo erano stati assorbiti nei programmi di alcuni partiti.

La posta in palio nel referendum del 22 e 23 marzo, è dunque alta e va ben oltre il tema della giustizia. Come ha scritto il professor Luca Masera, docente di diritto penale all’Università di Brescia, <l’indipendenza dei giudici non è un valore astratto, è l’unico ostacolo a un potere autoritario>.

 

 

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