Trent’anni dal genocidio in Ruanda

Benedetta Cescon – 18/04/2024                    

La settimana scorsa i ruandesi hanno ricordato il genocidio di trent’anni fa, con una settimana di eventi commemorativi. Ma quali sono state le tappe che hanno portato a questa tragedia? E quali lezioni avremmo dovuto imparare da questi avvenimenti?

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994, in Ruanda, avvenne il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati, per mano dell’esercito regolare e degli interahamwe, milizie paramilitari. Il movente ideologico fondamentale è l’odio razziale verso la minoranza tutsi, che aveva costituito l’élite sociale e culturale del Paese. In soli 100 giorni persero la vita circa un milione di persone, uccise principalmente con machete, asce, lance, mazze. Lo sterminio terminò con la vittoria militare del Fronte Patriottico Ruandese, espressione della diaspora dei Tutsi. Ancora oggi si continuano a trovare fosse comuni che erano state ben nascoste, come quella rinvenuta lo scorso ottobre nel distretto di Huye, con  la presenza di 119 corpi. Quest’anno la parola “genocidio” è tornata al centro del dibattito pubblico, da Gaza al Sudan, infatti, il numero delle uccisioni di massa registrate è il più alto degli ultimi vent’anni. In un’intervista del 2004, Dallaire, comandante del contingente Onu Unamir in Ruanda, spiega come fosse convinto che dal Ruanda arrivassero lezioni che, se applicate, avrebbero potuto prevenire anche le crisi peggiori. Per esempio che, finché non si controllerà il commercio delle armi, il mondo non sarà sicuro. Secondo lui infatti, credere che il genocidio in Ruanda sia stato eseguito a colpi di machete è in qualche modo rassicurante, perché le grandi potenze non si sentono coinvolte. Ma ciò non è del tutto vero, infatti nei tre anni precedenti il 1994, sotto gli occhi della Banca Mondiale, il Ruanda, che è poco più grande della Sicilia, era stato, in termini assoluti, il terzo importatore d’armi di tutta l’Africa. Anche i machete erano arrivati dalla Cina in gran quantità per essere distribuiti agli assassini. All’inizio della guerra ha avuto un ruolo fondamentale il Belgio, che aveva ricevuto dalla Società delle Nazioni il mandato sul Ruanda, ex colonia tedesca, nel 1923. I belgi, infatti, fecero di tutto per trasformare e omogeneizzare strutture sociali fluide del Paese le cui fratture erano regionali e di rado vedevano contrapposti gli Hutu, i Tutsi. Amministratori e missionari seguirono le indicazioni del cardinale Charles Lavigerie, che raccomandava di scommettere sui Tutsi, ritenuti “più adatti al comando” e già agli occhi dei tedeschi una “razza superiore” originaria dell’Abissinia. L’intreccio della nazione comincia così a disfarsi lentamente: nonostante la resistenza della monarchia, progressivamente privata del suo potere, i Tutsi vengono designati come alleati del potere coloniale, i missionari si adoperano per convertirli tutti mentre gli Hutu, considerati una massa meno evoluta, vengono esclusi dal potere, trattati da subalterni.

Nell’articolo “Le tappe dell’odio – il genocidio dei Tutsi in Ruanda” vengono chiaramente descritte le otto tappe che hanno portato a quest’enorme tragedia.

  1. Classificazione La categorizzazione delle persone viene esacerbata. Esiste una divisione tra “noi” e “loro” che viene attuata utilizzando stereotipi o escludendo persone percepite come diverse, come spiegato antecedentemente.
  2. Simbolizzazione
    Le carte d’identità introdotte dai belgi riportavano l’etnia di appartenenza. Eppure non si trattava di etnie, visto che tutti i ruandesi parlavano la stessa lingua, praticavano la stessa religione e i matrimoni misti erano numerosi. Inoltre, le case dei tutsi vennero marchiate, quartiere per quartiere.
  3. Discriminazione Durante il periodo della decolonizzazione dell’Africa, i Tutsi provarono a chiedere l’indipendenza e i Belgi si vendicarono lasciando il potere agli Hutu dicendo che spettava a loro in quanto maggioranza e che i Tutsi erano i nemici da eliminare. Ogni decennio, venivano organizzati dei pogrom in cui venivano massacrati migliaia di Tutsi.
  4. Disumanizzazione Durante i governi guidati da presidenti hutu, i Tutsi venivano considerati dei reietti, chiamati comunemente inyenzi,cioè scarafaggi. I Tutsi camminavano con lo sguardo abbassato, per paura di essere arrestati o picchiati dalla polizia senza alcun motivo. Erano ibyitso, cioè spie.
  5. Organizzazione Il genocidio dei Tutsi in Ruanda non è stato un incidente di percorso della società, ma un suo prodotto. È stato un progetto coltivato per anni che ha coinvolto tutto l’apparato governativo: l’esercito, le milizie interahamwe, il clero e la popolazione.
  6. Polarizzazione I media hanno costituito uno spazio senza censura, per moltiplicare con ostentazione la volontà del potere di sterminare la minoranza tutsi. Nei programmi radiofonici i giornalisti davano voce ad accademici, a casalinghe e a contadini hutu che denunciavano i soprusi dei vicini tutsi, ai parroci che denunciavano i loro fedeli.
  7. Preparazione Fomentano paura nei confronti del gruppo delle vittime, costruendo eserciti e armi. L’organizzazione delle milizie tra i giovani hutu, l’incitamento dei media, la retorica sanguinaria dei politici, l’adesione di buona parte del clero e la mobilitazione di tutti gli apparati dello stato era tesa al raggiungimento dell’obiettivo finale di sterminare tutti i Tutsi.
  8. Persecuzione Le vittime furono identificate in base alla loro etnia o religione e vennero stilate liste di morte. Il lavoro di uccisione fu collettivo, l’intera popolazione hutu fu chiamata alla mattanza e rispose alla mobilitazione, travolgendo ogni tipologia di relazione: il vicino uccideva il vicino, la moglie hutu il marito tutsi, il professore i suoi studenti, il parroco i suoi fedeli.

In questo tremendo anniversario, siamo accanto alle vittime, alle loro famiglie e ai sopravvissuti nella loro pena e nel loro dolore…Ricordare deve servire a risvegliare le nostre coscienze e a sollecitare la nostra comune umanità. Siamo tutti esseri umani con gli stessi diritti umani e desiderosi di vivere liberi dalla violenza e dalla repressioneTroppo spesso la coscienza dei leader mondiali si desta vergognosamente dopo atrocità di massa… poi le notizie cambiano e gli esponenti politici riprendono rapidamente a spargere esattamente quella retorica odiosa e disumanizzante che alimenta quegli eventi orribili… Dopo il genocidio in Ruanda il mondo concordò che l’odio e le politiche divisive non sarebbero mai più stati tollerati. Invece, di volta in volta, abbiamo assistito con mortificato orrore a ulteriori atrocità di massa.” Queste le parole di Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International, rilasciate in una nota ufficiale del 2019, ma ancora profondamente attuali.

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