Militarismo e patriarcato: nonviolenza e femminismo cause complementari

 Di Chiara Tammaro

Secondo Judith Butler, filosofa politica ed esperta di femminismo e teoria queer, per il femminismo la violenza è chiaramente espressione della volontà di dominio maschile e l’uccisione, quindi la guerra e la morte che questa comporta, è la massima espressione di questa volontà di dominio.

Ma quindi davvero il femminismo e il pacifismo e di conseguenza i loro antagonisti, il patriarcato e il militarismo, sono collegati?

Nell’ambito di studio delle Relazioni Internazionali, la corrente femminista deve affrontare una sfida essenziale, ovvero uscire dalla visione stereotipata delle donne come mere agenti di pace o tutt’al più vittime della guerra, seppur vero che in tutte le guerre vi è una dinamica di genere (stupri di guerra, violenza domestica, diritti negati). Spesso, infatti, le donne hanno partecipato e partecipano tutt’oggi attivamente alle guerre. Pensiamo, ad esempio a Iryna Vereshchuk, vicepremier ucraina, a Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo e fedelissima del presidente Putin, e alle tantissime soldatesse che fanno parte dell’esercito israeliano, in cui la leva femminile è obbligatoria al pari di quella maschile.

Questo perché il militarismo è l’incarnazione del patriarcato nella società internazionale, e dunque è una questione culturale che in quanto tale affligge tutti e tutte. Così, proprio come nella nostra quotidianità incontriamo anche donne maschiliste e misogine, allo stesso modo nell’ambito delle relazioni internazionali troviamo donne nelle forze armate, ministre o donne ai vertici dei governi che portano avanti politiche estere di potenza, aggressive e violente.

Analizzare il militarismo attraverso l’analisi del suo legame col patriarcato, ci permette di renderci conto che hanno le stesse radici, in particolare si appoggiano su degli ideali ben specifici di mascolinità e femminilità e sugli stessi contro-valori, come sostiene Koldobi Velasco, attivista femminista e antimilitarista. Questi sono: violenza, gerarchia, obbedienza, individualismo, non rispetto per gli esseri umani, per l’ambiente e per la vita in generale, omogeneità, controllo ecc.

In più, in questo contesto il corpo delle donne è qualcosa che viene controllato, visto come un obiettivo militare, un’arma o un campo di battaglia.

Il patriarcato crea i ruoli di genere che affliggono sia uomini che donne, definendo le caratteristiche che deve avere la mascolinità per essere accettata ed i valori che i “veri uomini” devono rispecchiare. Allo stesso modo definisce la femminilità, dettando come le donne dovrebbero comportarsi ovunque e in ogni momento. Il militarismo, poi, utilizza tutto ciò che viene modellato dal patriarcato come punto di partenza per stabilire cosa è ammesso e cosa no, cosa deve essere controllato o dominato e come.

Nelle forze armate, di conseguenza, ciò che viene chiesto alle persone è proprio quello che viene chiesto ai “veri” uomini, cioè di rispettare certi connotati che sono proprio quelli imposti dal patriarcato: forza, rabbia, virilità, predominanza. Di fatti, molto spesso, soprattutto dove è obbligatorio, per gli uomini il servizio militare è un rito di passaggio importante per “diventare uomini”.

A tal proposito Mehmet Tarhan, obiettore di coscienza turco sostiene quanto segue: “il   servizio militare crea una definizione della normalità mediante l’esclusione delle donne, degli omosessuali, delle persone disabili e di bambini e bambine. Questa definizione viene poi generalizzata ed estesa al resto della società. L’uomo etero si converte nella norma, la figura prediletta dal regime e il resto delle persone sono considerate in più oppure proprietà da proteggere.” 

In alcuni paesi invece, le donne sono ammesse, ma in questi casi viene chiesto loro, più o meno implicitamente, di omologarsi ai colleghi uomini, seguendo gli stessi contro-valori patriarcali di cui sono in primis vittime.

C’è di buono che questo legame tra militarismo, violenza e mascolinità tossica non è naturale, anzi è stato costruito, così come la società patriarcale, e quindi può essere disfatto.

Il problema, però, è che tutto questo viene normalizzato, certe concezioni dannosissime ormai sono parte integrante della nostra educazione, della nostra vita quotidiana e delle relazioni che portiamo avanti. Per questo le riflessioni antimilitariste ispirate dal femminismo sono sempre più necessarie. Secondo Cynthia Enloe, teorica politica e scrittrice femminista americana, omettere la questione di genere quando si prova a spiegare come si produce la militarizzazione, non solo implica il rischio di cadere in una cattiva analisi politica, ma anche quello di rendere le campagne antimilitariste poco efficienti. Qualsiasi “strategia per la pace deve includere una strategia per cambiare la mascolinità”, scrive la sociologa australiana Raewyn Connell, che enfatizza la necessità di sostituire modelli basati sulla violenza, il confronto diretto e la ricerca del potere e del controllo con dei modelli di mascolinità più aperti alla negoziazione, alla cooperazione e all’uguaglianza.

Quindi si può affermare che è fondamentale partire dallo smantellamento del patriarcato, cioè dal femminismo intersezionale, per deviare dalle tendenze militariste. Il femminismo intersezionale è un percorso di autocoscienza e coscienza collettiva, che punta a creare consapevolezza  per un cambiamento nei comportamenti.

In questo quadro quindi, credo che due elementi da non sottovalutare siano l’educazione e la sensibilizzazione di cittadini e cittadine. Infatti, ritengo che una cittadinanza più consapevole e informata, possa diventare una cittadinanza femminista nonviolenta, e che quindi sia un punto di partenza essenziale per poter influenzare in meglio le azioni dei soggetti internazionali.

Pertanto è necessaria un’educazione riguardo le questioni di genere e alla nonviolenza: sdoganare i ruoli di genere ed i pregiudizi, parlare di consenso e delle varie forme di violenza, di rispetto della vita e della dignità umana, insegnare i metodi nonviolenti di risoluzione dei conflitti e portare esempi di nonviolenza efficace.

Solo così potremo creare nuove generazioni sempre più propense a costruire e mantenere la pace, non solo a livello interpersonale. I giovani e le giovani, come già stanno facendo in molte parti del mondo, sul breve termine hanno il potere di organizzarsi per fare pressione ai governi, dopodiché nel lungo termine potranno andare a far parte proprio di quelle stesse amministrazioni. Rimane comunque importante rivolgersi anche alle persone meno giovani, perché chiunque può essere agente di cambiamento.

In conclusione quindi, diventa evidente che la causa femminista e quella nonviolenta e pacifista siano complementari. In più, la pratica femminista dimostra non solo che la nonviolenza è possibile, ma che è anche forza trasformatrice, basta pensare al movimento Ni una menos o alla Wilpf (Women’s International League for Peace and Freedom) e a tutti gli obiettivi che hanno raggiunto.

Fonti e articoli di approfondimento:

Militarismo y masculinidades | Internacional de Resistentes a la Guerra (wri-irg.org)

Femininities and masculinities: Analysing militarism through the lens of patriarchy | War Resisters’ International (wri-irg.org)

#NiUnaMenos six years on: triumphs and new demands of Argentina’s feminist movement · Global Voices

Il grido del pacifismo femminista – Comune-info

Le violenze dei colleghi sulle donne soldato: “Le norme tutelano più l’aggressore che la vittima” – la Repubblica

Women and Militarism Colleen Burke

Adem Y. Elveren, Valentine M. Moghadam, “The impact of militarization on gender inequality and female labor force participation”, Economic Research Forum, Working Paper No. 1307, 2019

Come donne e femminismo hanno contribuito alla costruzione e il mantenimento della pace – Blog Centro per la Pace di Forlì

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