Dove sono scomparsi i Balcani?

La scomparsa dei Balcani: il richiamo del nazionalismo, le democrazie fragili, il peso del passato

inventario n.10298 – 14.Europa/141

recensione di Bengisu Kaya –

Quando il Golfo di Trieste resta alle spalle, la strada sale verso le colline del Carso. Lungo il percorso compaiono i monumenti della Prima guerra mondiale, la foiba di Basovizza, una vecchia pietra di confine. Poi un cartello: “Confine.” Ma oltre il confine non c’è un Paese. Non c’è un paesaggio. C’è solo un senso di vuoto. La scomparsa dei Balcani di Francesco Ronchi nasce esattamente da questa sensazione: il racconto di come i Balcani non siano scomparsi fisicamente, ma siano stati cancellati politicamente, mentalmente e moralmente dall’Europa.

Un buco nella mappa

Dopo la Guerra fredda, l’Europa si è espansa verso Est. Gli ex Paesi del Patto di Varsavia sono entrati uno dopo l’altro nell’Unione Europea. Oggi si parla di Ucraina, Moldova, Georgia. Eppure, nel cuore stesso dell’Europa, c’è una regione che continua ad aspettare: i Balcani. Serbia, Bosnia- Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Macedonia del Nord, Albania… Da anni “candidati”, da anni “domani”. Né pienamente Oriente, né davvero Occidente. Per Ronchi non si tratta solo di un limbo politico. I Balcani si stanno svuotando. I villaggi vengono abbandonati, i giovani se ne vanno, l’idea stessa di futuro si consuma. Restano città fantasma e il peso del passato. L’autore riassume questa condizione con un’espressione efficace: il vuoto interiore.”

 Il Novecento non è finito

Mentre nel resto d’Europa si parla di “identità fluide”, nei Balcani tornano vecchi fantasmi: terra, confini, nazione. La linea Serbia–Kosovo resta un conflitto congelato. La Bosnia è ancora uno Stato bloccato dagli Accordi di Dayton. Nazionalismo, negazione del genocidio, culto dell’uomo forte… Secondo Ronchi, i Balcani sono diventati uno specchio che l’Europa preferisce evitare, perché ciò che vi vediamo è ciò che siamo stati e forse ciò che potremmo tornare a essere.

Faust nei Balcani

Una delle metafore più potenti del libro è quella di Faust: l’uomo che vende la propria anima in cambio del potere. Ronchi utilizza Faust per descrivere le élite che, dopo il crollo della Jugoslavia, si sono rifugiate nel nazionalismo: una classe dirigente che ha abbandonato gli ideali e ha messo il potere al di sopra di tutto. Il socialismo è crollato, ma queste élite non sono scomparse; hanno semplicemente cambiato costume, indossando divise nazionaliste. La guerra è diventata la via più rapida per consolidare il potere. Il prezzo è stato pagato con città distrutte, società frammentate e un futuro incapace di liberarsi dal passato.

I passaggi più significativi del libro

La scomparsa dei Balcani non ruota attorno a una sola tesi, ma si sviluppa su più livelli. Alcuni passaggi colpiscono in modo particolare:

  • La sindrome di Trieste: uno dei momenti più inquietanti del libro è l’uso che Jean-Marie Le Pen fa dell’esempio di Trieste per descrivere un collasso demografico silenzioso. I Balcani non stanno scomparendo sotto le bombe, ma attraverso le culle vuote. Un crollo discreto, quasi invisibile.
  • Exodus: partire senza ritorno: Ronchi non definisce la mobilità balcanica come semplice migrazione, ma come esodo. Chi parte, nella maggior parte dei casi, non pensa di tornare. I ponti vengono bruciati. Qui il declino demografico smette di essere solo economico e diventa esistenziale.
  • La zona grigia tra mafia e Stato: dalla Serbia alla Bosnia, dal Montenegro all’Albania, l’intreccio tra criminalità e politica è uno dei capitoli più cupi ma anche più rivelatori. Il concetto di “cattura dello Stato” non è astratto: prende forma in storie concrete di mafiosi diventati medici, medici diventati ministri.
  • Una guerra senza guerra: le minacce ibride: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nei Balcani si diffondono minacce di bombe, attacchi informatici e campagne di disinformazione. Il messaggio di Ronchi è inquietante: la guerra non è finita, ha solo cambiato forma.
  • Bosnia e il 1995 che non passa: Il capitolo sulla Bosnia è particolarmente duro. La paralisi istituzionale prodotta da Dayton, i veti etnici, la negazione del genocidio… Ronchi è netto: la Bosnia non è una società post-bellica, ma un confronto rimandato.

I Balcani non sono scomparsi

La scomparsa dei Balcani non è un libro di viaggio. Seguendo confini, città svuotate e silenzi, Ronchi rende visibile una realtà che l’Europa ha scelto da tempo di non guardare. I Balcani non sono scomparsi. Ma l’Europa li ha confinati in una sala d’attesa: né completamente dentro, né del tutto fuori. Nel frattempo il tempo passa, le persone se ne vanno e le società si consumano in silenzio. Questa incertezza non logora solo i Balcani. Logora anche l’Europa. Perché ciò che appare come un’ “eccezione” balcanica: nazionalismo, autoritarismo, declino silenzioso è in realtà una storia fin troppo familiare. Questo è l’avvertimento centrale di Ronchi: i Balcani non sono un’anomalia. Sono una zona di allerta precoce. E la questione non è “salvare” i Balcani. La questione è decidere se permettere a questo vuoto di continuare ad allargarsi. Perché i vuoti non restano mai vuoti.

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