Tensione tra Giustizia e Politica: Un’Analisi Democratica Attraverso il Caso İmamoğlu in Turchia e il Referendum sulla Riforma della Giustizia in Italia

di Bengisu Kaya – 20/11/2025 – 

Negli ultimi anni, sia la Turchia sia l’Italia hanno attraversato snodi critici che stanno ridefinendo l’influenza delle istituzioni giudiziarie sulla sfera politica. In Turchia, l’arresto e il processo a
carico del sindaco metropolitano di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, che rischia fino a 2.430 anni di carcere e una possibile interdizione politica, hanno provocato una profonda crisi, mettendo in
discussione il ruolo del potere giudiziario nei confronti dell’esecutivo e l’equità della competizione democratica. Dopo il tentato colpo di Stato del 2016, il Paese ha vissuto ampie epurazioni nella
magistratura, il passaggio al sistema presidenziale e una ristrutturazione degli organi giudiziari superiori. Questi sviluppi hanno concentrato il potere dello Stato nelle mani del Presidente,
producendo una trasformazione strutturale che ha indebolito in modo sostanziale l’indipendenza della magistratura. Per questo motivo, il caso İmamoğlu del 2025 rappresenta molto più di un
singolo procedimento penale: esso costituisce un esempio emblematico di come l’assetto giuridico che regola la competizione politica stia progressivamente operando a favore del potere esecutivo.

Parallelamente, in Italia, la riforma della giustizia promossa dal governo Meloni, che prevede la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e la ristrutturazione del Consiglio
Superiore della Magistratura è stata sottoposta a un referendum costituzionale. Qualora la riforma venisse approvata nella consultazione popolare prevista tra marzo e aprile 2026, essa ridefinirebbe il ruolo istituzionale della magistratura e la sua posizione rispetto al potere politico, producendo al contempo un risultato che rafforzerebbe la legittimazione del governo Meloni. Sebbene il processo in Italia si svolga all’interno di meccanismi democratici, un’eventuale vittoria del “Sì” solleva un ampio dibattito per il suo potenziale di trasformare in modo significativo il rapporto tra giustizia ed esecutivo.

Questo articolo intende esaminare da una prospettiva comparata i nessi tra il meccanismo di pressione politico-giudiziaria, reso visibile dal processo İmamoğlu in Turchia, e la decisione del
governo Meloni di sottoporre la riforma della giustizia a referendum in Italia. Nonostante le profonde differenze nelle strutture istituzionali e nelle pratiche democratiche dei due Paesi,
entrambi convergono su una domanda fondamentale: la magistratura continua a funzionare come un meccanismo di controllo che tutela la competizione democratica, oppure sta diventando uno
strumento mediante il quale l’esecutivo consolida i propri obiettivi politici? Questo confronto consente di analizzare come il ruolo del potere giudiziario nelle democrazie contemporanee stia
cambiando, come tali trasformazioni rimodellino l’equilibrio tra governo e opposizione e come esse incidano, infine, sulla qualità e sulla resilienza stessa della democrazia.

Che cosa è successo in Turchia? E che cosa sta accadendo oggi? La Transizione verso l’Autocrazia in Turchia (2016–2025)

La fase apparente di democratizzazione che aveva caratterizzato la Turchia nei primi anni 2000 ha lasciato spazio, nell’ultimo decennio, a una trasformazione autocratica sistematica. Come
affermano Nistor e Popescu, il governo di Erdoğan si è progressivamente evoluto in una traiettoria autoritaria definita da «controllo sui media, erosione dell’indipendenza giudiziaria e repressione dell’opposizione politica» (Nistor & Popescu, 2025). Secondo un’analisi dello SWP del 2025, la Turchia non è più soltanto un Paese che manifesta tendenze autoritarie, ma è ormai «a rischio di una completa deriva autocratica» (Aydın, 2025).

Il tentato colpo di Stato del 2016 ha fornito al governo Erdoğan l’opportunità di effettuare epurazioni su larga scala e di espandere senza limiti il potere esecutivo. Nelle parole di Nistor e
Popescu, tale fase ha «trasformato la presidenza in un organo esecutivo dominante», accelerando il consolidarsi di una deriva autoritaria (2025). Migliaia di giudici e procuratori sono stati rimossi tramite decreti di emergenza e sostituiti in larga misura da figure vicine all’esecutivo. Le modifiche costituzionali del 2017, che hanno introdotto il sistema presidenziale, hanno istituzionalizzato questa concentrazione del potere e reso il sistema giudiziario strutturalmente dipendente dall’esecutivo. Di conseguenza, il periodo 2016–2025 rappresenta una fase di transizione in cui l’autoritarismo si è progressivamente istituzionalizzato e la magistratura è diventata uno strumento strategico del potere politico.

Sebbene in questo decennio si siano verificati molti eventi critici e spesso tragici, l’arresto improvviso di Ekrem İmamoğlu nel 2025 ha generato una vera e propria onda d’urto nel Paese.
Da anni figura stimata trasversalmente nell’opinione pubblica, l’ingiustizia subita da İmamoğlu ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade di numerose città. Lo slogan gridato nelle
piazze era allo stesso tempo eloquente e simbolico: «Hak, Hukuk, Adalet» («Diritti, Legge, Giustizia»).

Fermato il 19 marzo 2025 e arrestato il 23 marzo, İmamoğlu non è soltanto il sindaco eletto di Istanbul, ma anche il candidato dell’opposizione più accreditato per le elezioni presidenziali. La
sua detenzione rappresenta dunque molto più di un procedimento giudiziario individuale. Come osservano Nistor e Popescu (2025), essa è «il segnale che la reale competizione elettorale in
Turchia è di fatto terminata» e riflette un tentativo diretto di eliminare dalla scena politica il rivale più formidabile di Erdoğan. Secondo Cem Tecimer, il processo costituisce un «esemplare da
manuale di lawfare», volto esplicitamente a «neutralizzare l’opposizione emergente e consolidare un regime a partito unico» (Tecimer, 2025). Lo SWP giunge a una conclusione analoga, rilevando che le procedure giudiziarie contro İmamoğlu alimentano la percezione che il sistema legale in Turchia funzioni ormai in modo trasparente a vantaggio dell’esecutivo (Aydın, 2025).

L’analisi di Tecimer mostra che la pressione giudiziaria esercitata contro İmamoğlu è multidimensionale. In primo luogo, il processo si articola su più fronti: indagini penali, amministrative e finanziarie portate avanti simultaneamente creano una sorta di accerchiamento giuridico costante e totale, secondo una strategia assimilabile al «premere tutti i pulsanti». Il coinvolgimento diretto del Presidente Erdoğan nel caso İmamoğlu rappresenta uno degli indizi più chiari del fatto che si tratti di un’operazione di ingegneria politica (Aydın, 2025).

La pressione è anche multi-obiettivo: ogni procedimento serve a un diverso scopo politico. Per esempio, la decisione amministrativa di annullare il diploma universitario di İmamoğlu mira a
impedirgli di candidarsi alla presidenza, mentre le accuse di corruzione permettono al Ministero dell’Interno di rimuoverlo dall’incarico in base alla normativa municipale. Il lawfare è inoltre
condotto da una molteplicità di attori: l’azione coordinata dei media filogovernativi, della MASAK (l’unità antiriciclaggio), della polizia, dei procuratori, dei giudici e persino delle università
dimostra, come osserva Tecimer, la costruzione di un «apparato statale ben organizzato e coercitivo».

A ciò si aggiunge l’enorme volume delle accuse: 142 contestazioni relative a manifestazioni, 70 presunti appalti truccati, 47 episodi di corruzione, oltre a numerose imputazioni per riciclaggio e
frode che rivelano una «strategia di pressione su più fronti» volta non a perseguire responsabilità penali, ma a ottenere la distruzione politica di İmamoğlu (BBC Türkçe, 2025). Il quadro è
aggravato da evidenti incoerenze e arbitrarietà nelle procedure giudiziarie. Mentre accuse analoghe contro figure vicine al governo vengono sistematicamente archiviate o ignorate, contro İmamoğlu vengono redatti fascicoli di centinaia di pagine. Inoltre, l’alleanza elettorale del tutto legale tra il Partito DEM (partito politico pro-curdo in Turchia) e il CHP è stata presentata dal governo come «sostegno a un’organizzazione terroristica», nonostante lo stesso governo abbia in passato negoziato con il PKK (organizzazione militante curda armata, designata internazionalmente come terroristica). Ciò illustra l’uso selettivo e partigiano della magistratura.

La decisione di arresto si fonda non su prove sostanziali, ma sulla classificazione del reato come «reato a catalogo», che consente al tribunale di dedurre il «rischio di fuga» senza alcuna
giustificazione fattuale. Come sottolinea Tecimer, questo riflette la persistenza in Turchia di pratiche giudiziarie che non rispettano i principi elementari del giusto processo. Inoltre, la proposta avanzata da Erdoğan e Bahçeli di trasmettere il processo in diretta sul canale pubblico TRT evidenzia l’intenzione del governo di trasformare il procedimento giudiziario in uno spettacolo politico. Ciò conferma che la magistratura in Turchia opera ormai non come istituzione indipendente, ma come strumento di propaganda politica (BBC Türkçe, 2025).

Nel complesso, il periodo 2016–2025 rappresenta la transizione della Turchia da un autoritarismo competitivo verso un modello autoritario sempre meno competitivo. Il caso İmamoğlu costituisce la manifestazione simbolica di questo nuovo sistema, in cui la competizione democratica non è più semplicemente limitata, ma strutturalmente minata.

La Riforma della Giustizia di Meloni e il Percorso verso il Referendum

La decisione del governo Meloni di sottoporre a referendum nazionale la propria riforma della giustizia non rappresenta soltanto un tentativo di trasformazione istituzionale, ma ha anche
riacceso un dibattito fondamentale sul ruolo della magistratura all’interno del sistema politico italiano. Sebbene il contenuto della riforma preveda misure di vasta portata come la separazione
rigida delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, la suddivisione del CSM in due organi distinti e l’istituzione di una nuova corte disciplinare, in gran parte selezionata tramite sorteggio, il
confronto pubblico si è concentrato meno sugli aspetti tecnici e più sulle implicazioni per gli equilibri futuri tra potere esecutivo e giudiziario.

Una delle critiche più incisive proviene dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, secondo la quale il progetto non costituisce una vera riforma della giustizia. Nelle sue parole:

«Questa non è una riforma della giustizia… Non interverrà sulla lunghezza dei processi, sul sovraffollamento carcerario, né sulle misure alternative. L’obiettivo è un altro: indebolire
l’indipendenza della magistratura perché sia più assoggettata al potere di chi governa.» (Elly Schlein, dichiarazioni alla stampa, 30 ottobre 2025)

Schlein sottolinea come la riforma miri meno a risolvere le inefficienze strutturali del sistema giudiziario e più a rafforzare la capacità dell’esecutivo di esercitare influenza sulla magistratura.
A suo giudizio, il progetto trasmette un messaggio politico chiaro: «la legge non è più uguale per tutti». Richiama inoltre l’attenzione su un fatto senza precedenti: la riforma ha superato «quattro
letture parlamentari senza un singolo emendamento», a testimonianza della sua progressione quasi incontestata in Parlamento. Schlein formula la questione in modo ancora più netto: «Il punto è semplice: Meloni… ha detto che questa riforma serve a lei per avere le mani libere e porsi al di sopra della Costituzione.» (Schlein, 2025)

Queste affermazioni sono centrali per comprendere l’intensa polarizzazione politica attorno alla riforma. I sostenitori sostengono che essa romperà il corporativismo giudiziario e migliorerà la
trasparenza, mentre gli oppositori insistono sul fatto che Meloni cerchi di sottrarre l’esecutivo al controllo giudiziario. La campagna referendaria riflette pienamente questa divisione. Schlein ha
descritto il voto come una prova della democrazia stessa: «Se si pensa che i giudici debbano obbedire a chi governa, allora si può votare “Sì”. Ma se si pensa che anche chi governa debba
rispettare la Costituzione, bisogna votare “No”.» (Elly Schlein, 2025)

In tal modo, la riforma è divenuta da semplice modifica costituzionale un plebiscito sull’indipendenza della magistratura e sui limiti del potere esecutivo. Il conflitto discorsivo tra i
diversi poli politici mostra come l’esito del referendum dipenderà non solo da valutazioni giuridiche, ma anche dalla percezione dei cittadini riguardo alla democrazia e alla fiducia nelle
istituzioni. In questo quadro, il dibattito italiano presenta sorprendenti punti di contatto con il caso turco di Ekrem İmamoğlu: in entrambi i contesti, la tensione tra legittimità elettorale, indipendenza giudiziaria e autorità esecutiva costituisce una linea di frattura capace di ridefinire i confini della democrazia.

Contesto storico: la lunga tradizione italiana dei referendum sulla giustizia

Man mano che il governo Meloni avanza verso il referendum, appare evidente che il dibattito in corso riguarda non solo il futuro dei rapporti tra esecutivo e magistratura, ma anche l’architettura
giuridica e la storia stessa dello strumento referendario. La dinamica del referendum sulla giustizia non è nuova. Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha già assistito a un’altra ampia iniziativa di riforma tramite consultazione popolare. Come ricordano Pagella Politica e Questione Giustizia: «Dal 2 luglio 2021 è in corso la raccolta delle firme… per indire un referendum popolare abrogativo volto a incidere su alcuni degli aspetti più significativi e al tempo stesso controversi del sistema giustizia del nostro Paese.» Questa iniziativa, guidata dal Partito Radicale e dalla Lega attraverso il comitato “Giustizia Giusta”, proponeva sei quesiti referendari che toccavano quasi tutte le componenti essenziali del sistema.
Essi comprendevano:
• l’elezione dei membri del CSM,                                                                                                                                                                                                                                                                                                         • la responsabilità civile diretta dei magistrati,
• la separazione delle carriere,
• i limiti alla custodia cautelare,
• e perfino la completa abrogazione del Decreto Severino.

Il quesito sulla separazione delle carriere era formulato così: «Volete voi che siano abrogate… tutte le disposizioni che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e
viceversa?» segno che la divisione tra PM e giudici costituisce da decenni uno dei nodi più controversi del sistema italiano. Analogamente, il quesito volto a permettere ai cittadini di citare
direttamente in giudizio i magistrati avrebbe sovvertito un principio costituzionale fondamentale:
«Volete voi che sia abrogata… la disciplina che limita la responsabilità civile del magistrato impedendo azioni dirette contro il singolo giudice?» Il filo conduttore è evidente: la magistratura
italiana rappresenta da lungo tempo il centro delle contese politiche, con i poli della destra e della sinistra portatori di visioni radicalmente diverse su indipendenza e responsabilità della
magistratura. Questo retroterra storico trasforma la riforma Meloni del 2025–’26 in una tappa ulteriore di una lunga battaglia politica. Pagella Politica ricorda inoltre che il meccanismo
referendario ha uno statuto giuridico peculiare: «La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi, ma non ha bisogno del quorum.»

Ciò rende la riforma un rischio politico elevato: anche una partecipazione ridotta ma altamente mobilitata può determinarne l’esito. Gli avvertimenti di Schlein riflettono esattamente questa
vulnerabilità: «Questa non è una riforma della giustizia… Serve ad avere una giustizia su misura…». La riforma Meloni si presenta dunque sia come l’eredità delle storiche rivendicazioni
della destra italiana, soprattutto nel post-berlusconismo, sia come un nuovo passo nel tentativo dell’esecutivo di ridefinire il proprio rapporto con la magistratura.

Il dibattito accademico: una questione di potere, non di efficienza

Anche il mondo accademico italiano respinge la narrazione governativa secondo cui la riforma mirerebbe a «migliorare l’efficienza». Giovanni Verde, sulle pagine de Il Sole 24 Ore, esprime
chiaramente questa posizione: «La riforma avrà scarse o nulle ricadute sull’efficienza del servizio, avendo come obiettivo quello del riequilibrio tra i poteri dello Stato.»

Secondo Verde, la riforma non affronta i principali problemi della giustizia italiana — la lentezza dei processi, la scarsa digitalizzazione, i colli di bottiglia strutturali — bensì ridefinisce i confini
tra i tre poteri dello Stato. Per questo motivo, egli avverte che il referendum costituisce un vero e proprio test democratico: «Sarebbe necessaria una robusta partecipazione al voto, dato che la
riforma in qualche modo riguarda il modo di essere della nostra democrazia.» Verde sottolinea inoltre che la riforma rischia di indebolire, anziché rafforzare, l’indipendenza giudiziaria. La separazione delle carriere può apparire come un aumento dell’autonomia, ma potrebbe generare pubblici ministeri dotati di un potere «assoluto ma incontrollabile»: «La riforma… accentua l’autonomia e l’indipendenza dei pubblici ministeri… il cui potere di indagine diventa del tutto incontrollabile.»
Identifica due criticità centrali:
1. Una separazione completa spingerebbe l’Italia verso un modello di pubblico ministero anglosassone.
2. Indebolirebbe il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, rendendo i PM più vulnerabili alle pressioni politiche.

Verde conclude quindi: «Il cittadino non si lasci ingannare… Il voto a favore della separazione sarebbe giustificato solo se si volessero porre le premesse per avvicinare il nostro sistema di
giustizia penale a quello angloamericano.» Paolo Balduzzi avverte che le conseguenze del referendum saranno profonde in ogni caso: una vittoria del “Sì” chiuderebbe un conflitto
trentennale tra politica e magistratura, mentre un “No” rappresenterebbe una sconfitta politica diretta per Meloni e per il ministro Nordio, con potenziali analogie al fallimento del referendum
costituzionale di Matteo Renzi nel 2016. (Fonte: Paolo Balduzzi, La riforma della giustizia alla battaglia finale, Lavoce.info, 07/11/2025)

Il referendum che si sta delineando in Italia rappresenta dunque molto più di una revisione tecnica della giustizia: è un plebiscito sull’equilibrio democratico del Paese, sulla separazione dei poteri e sul futuro della responsabilità dell’esecutivo. Collocando la riforma Meloni nel contesto più ampio della storia dei referendum sulla giustizia, appare evidente che il governo considera questo
passaggio un meccanismo deliberato di consolidamento del potere politico. Questo inquadramento rafforza il confronto comparativo con la Turchia: così come il caso İmamoğlu rende visibili le
fratture tra magistratura e politica in Turchia, la riforma della giustizia in Italia costringe l’opinione pubblica a interrogarsi su dove debbano essere tracciati i confini tra indipendenza giudiziaria e
autorità esecutiva.

Qual è il Nesso? Quali Sono le Implicazioni Future?

La persecuzione giudiziaria di Ekrem İmamoğlu in Turchia e la decisione del governo Meloni di sottoporre a referendum la propria riforma della giustizia in Italia mettono in luce una sfida
strutturale comune alle democrazie contemporanee, nonostante le profonde differenze tra i due Paesi in termini di tradizioni politiche, assetti istituzionali e traiettorie democratiche. In entrambi
i casi, la questione centrale coincide con l’interrogativo formulato nell’introduzione: la magistratura continuerà a funzionare come un presidio a tutela della competizione democratica
oppure diventerà uno strumento al servizio degli obiettivi politici dell’esecutivo?

In Turchia, il caso İmamoğlu rappresenta il consolidarsi di un vero e proprio regime di lawfare, in cui la giustizia viene utilizzata per restringere unilateralmente lo spazio politico. In Italia, invece,
la riforma costituzionale che ridisegna radicalmente l’architettura della magistratura si svolge all’interno di procedure democratiche, ma solleva una questione di legittimità analoga, poiché
ridefinisce l’equilibrio dei poteri tra esecutivo e funzione giudiziaria. Considerati nel loro insieme, questi sviluppi rivelano un fenomeno più ampio: nelle democrazie contemporanee, la magistratura non è più soltanto interprete della legge, ma un attore strategico capace di influenzare la direzione e i confini stessi della competizione politica. Pertanto, quanto accade oggi in Turchia e in Italia offre elementi cruciali per comprendere come la trasformazione del ruolo della giustizia stia rimodellando i rapporti tra governo e opposizione e approfondendo la fragilità dei regimi democratici.

Il percorso imboccato dalla Turchia negli ultimi anni, culminato nella persecuzione giudiziaria del sindaco metropolitano di Istanbul Ekrem İmamoğlu, minacciato da una condanna fino a 2.430 anni di carcere e da un evidente tentativo di sopprimere la competizione politica attraverso strumenti giudiziari, dimostra in modo drammatico e doloroso quanto rapidamente la politicizzazione della giustizia possa spingere un Paese fuori dall’ordine democratico. La criminalizzazione di un sindaco, per di più del leader eletto della città più grande e strategica del Paese, perché percepito
come minaccia politica, rappresenta uno degli indicatori più chiari di come la perdita dell’indipendenza giudiziaria generi una frattura nel sistema democratico difficile, se non impossibile, da sanare.

Per queste ragioni, il dibattito italiano sulla riforma della giustizia e il referendum imminente non costituiscono un semplice adeguamento tecnico della Costituzione ma sono un bivio esistenziale
che riguarda il futuro dell’equilibrio dei poteri. Ciò che la Turchia ha vissuto rappresenta per l’Italia un monito eloquente: una volta che la giustizia cade nell’ombra dell’influenza politica, non amministra più giustizia, diventa il più efficace strumento di coercizione politica. La neutralizzazione sistematica dell’opposizione democratica in Turchia, attraverso azioni giudiziarie, dimostra che le istituzioni sopravvivono non grazie ai testi normativi, ma grazie alla volontà della società di difenderne l’indipendenza.

Questo articolo non intende impartire lezioni a nessun Paese, vuole piuttosto esprimere l’avvertimento sincero di una società che ha conosciuto in prima persona le conseguenze della
perdita dell’indipendenza giudiziaria e che spera che l’Italia non debba ripercorrere un cammino simile.

In conclusione, la scelta che l’Italia compirà nel referendum del 2026 definirà non solo il presente, ma anche la sicurezza democratica delle generazioni future. Ci si augura che l’Italia non sia
costretta ad assistere alla stessa traiettoria dolorosa e costosa che la Turchia ha già sperimentato.

Bibliografia

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https://heinonline.org/HOL/LandingPage?handle=hein.journals/agoraijjs2025&div=29&id=&page=
İBB iddianamesi açıklandı: Suçlamalar, cezalar, detaylar – BBC News Türkçe. (2025, November 11). BBC News Türkçe. https://www.bbc.com/turkce/articles/c3dny8yzgv3o
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turismo-dly6eoke?refresh_cens

Balduzzi, P. (2025, November 11). La riforma della giustizia alla battaglia finale. Lavoce.info. https://lavoce.info/archives/109370/la-riforma-della-giustizia-alla-battaglia-finale/

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Non è una riforma della giustizia, serve solo a dire che la legge non è uguale per tutti. (2025, October 30). Partito Democratico. https://partitodemocratico.it/schlein-non-e-una-riforma-della-
giustizia-serve-solo-a-dire-che-la-legge-non-e-uguale-per-tutti/

Lazzeri, F. (2021, September 21). Referendum sulla giustizia: guida alla lettura dei sei quesiti (di F. Lazzeri). www.sistemapenale.it. https://www.sistemapenale.it/it/scheda/referendum-giustizia-
guida-lettura-quesiti

Verde, G. (2025). Giustizia: una guida per il cittadino chiamato al prossimo referendum. Il Sole 24 ORE, 35. https://i2.res.24o.it/pdf2010/S24/Documenti/2025/09/19/AllegatiPDF/20250920-GDNAZCAR-10-NAZ-primo-piano-001.pdf

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