Recensione del libro Kobane calling, di Zero Calcare

inventario n. 8159 –  08-pace/298

di Matilde Bonomi –

Kobane Calling è una graphic novel che segna una svolta significativa nella carriera di Zerocalcare, noto fumettista romano. Pubblicata nel 2016 da Bao Publishing, l’opera si distacca dalle sue precedenti produzioni per affrontare tematiche di grande rilevanza politica e sociale, mantenendo però il suo inconfondibile stile narrativo.

Un racconto di viaggio e testimonianza

Il fumetto nasce da un viaggio che Zerocalcare intraprende nel Rojava, regione del Kurdistan siriano, per documentare la resistenza curda contro l’ISIS. Attraverso le sue esperienze personali e gli incontri con combattenti, sfollati e attivisti, l’autore ci offre uno spaccato di una realtà spesso ignorata dai media mainstream. Il racconto si sviluppa in tre viaggi nel corso di un anno, attraversando Turchia, Iraq, Siria e Kurdistan, e si presenta come una serie di ritratti e testimonianze dirette.

Il primo viaggio, nel novembre 2014, lo porta nel villaggio turco di Mehser, a pochi chilometri dal confine con Kobane, ancora sotto assedio dell’ISIS. Qui, insieme alla “staffetta romana per Kobane”, un gruppo di attivisti che porta aiuti umanitari, Zerocalcare entra in contatto con la popolazione locale, ascoltando le loro storie e comprendendo le sfide quotidiane che affrontano. Nonostante la guerra sia lontana fisicamente, la sua presenza è costante: si sentono gli scoppi, le bombe, gli spari, ma soprattutto le testimonianze di chi vive il conflitto sulla propria pelle .

Il secondo viaggio, nel luglio 2015, lo conduce direttamente nel Rojava, la regione autonoma curda nel nord della Siria. Qui, Zerocalcare documenta la vita quotidiana dei combattenti, delle donne che partecipano attivamente alla resistenza e delle comunità che cercano di ricostruire una società basata su principi di uguaglianza, ecologia e democrazia diretta. In queste terre, la guerra non è solo un conflitto armato, ma una lotta per la dignità, la libertà e la giustizia sociale.

Il terzo viaggio di Zerocalcare nel Rojava avviene nel dicembre 2015, ed è forse il più denso di consapevolezza politica. Dopo aver documentato l’assedio di Kobane e l’organizzazione della vita nella regione autonoma curda, in questo viaggio l’autore entra ancora più a fondo nella complessità geopolitica e ideologica del conflitto. Qui il tono si fa più maturo, più consapevole delle contraddizioni interne, delle pressioni esterne e delle sfide che la rivoluzione del Rojava deve affrontare per sopravvivere. Durante questo viaggio, Zerocalcare visita Qamishlo, città simbolo della resistenza e della convivenza tra le diverse etnie (curdi, arabi, assiri), e conosce ancora più da vicino la struttura sociale messa in piedi dal movimento curdo. In particolare, approfondisce il ruolo delle donne nella rivoluzione, che non sono solo combattenti delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne), ma anche figure centrali nella costruzione di un modello di società egualitaria. Questo lo porta a riflettere anche sul ruolo dell’occidente e sull’imbarazzo della politica internazionale, che continua a ignorare o strumentalizzare la questione curda a seconda delle convenienze. Il terzo viaggio è anche quello in cui il “mammuth” di Rebibbia si confronta con un senso crescente di impotenza e frustrazione: Zerocalcare si rende conto di quanto sia difficile raccontare una storia così complessa senza semplificarla, e quanto poco basti, una volta tornati in Italia, per vedere quel mondo scivolare nell’oblio dei media. Tuttavia, decide che il suo compito è proprio quello di “continuare a parlare”, di non permettere che la lotta del Rojava venga dimenticata o ridotta a un’icona passeggera.

Con questo terzo viaggio, Kobane Calling si chiude su una nota potente: non con un finale, ma con una presa di posizione. È un invito ad assumersi la responsabilità della memoria, a essere testimoni attivi, a rifiutare l’indifferenza. E proprio in questo passaggio Zerocalcare dimostra la maturità raggiunta sia come autore che come cittadino del mondo.

Attraverso i suoi incontri, Zerocalcare ci mostra che la resistenza curda non è solo una risposta alla violenza dell’ISIS, ma una visione alternativa di società, dove le persone si uniscono per costruire un futuro migliore. Le storie che racconta sono piene di speranza, determinazione e coraggio, qualità che emergono con forza nei suoi disegni e nelle sue parole. In questo senso, Kobane Calling non è solo un reportage, ma un atto di solidarietà e di impegno civile, che invita il lettore a riflettere sulla propria posizione di fronte alle ingiustizie del mondo.

La forza dei volti e delle storie

Una delle caratteristiche distintive di Kobane Calling è l’attenzione ai volti e alle storie delle persone incontrate dall’autore. Zerocalcare evita di limitarsi a descrizioni generiche o a “pippone con le cartine”, preferendo lasciare che siano le persone stesse a raccontare le loro esperienze. Questo approccio conferisce autenticità e profondità al racconto, permettendo al lettore di entrare in contatto diretto con le emozioni e le sofferenze dei protagonisti.

Un equilibrio tra serietà e ironia

Nonostante la gravità dei temi trattati, Zerocalcare riesce a mantenere il suo stile narrativo caratterizzato da ironia e autoironia. Il suo alter ego, il “mammut di Rebibbia”, continua a fare capolino nelle pagine, rappresentando il legame con la sua quotidianità e le sue nevrosi. Questo contrasto tra la durezza della realtà raccontata e la leggerezza del tono narrativo rende l’opera accessibile e coinvolgente, senza mai sminuire la serietà dei temi trattati.

Un’evoluzione stilistica

Dal punto di vista grafico, Kobane Calling mostra un’evoluzione nel tratto di Zerocalcare. Seppur mantenendo il suo stile cartoonesco, l’autore introduce elementi più realistici, soprattutto nei ritratti dei personaggi incontrati, conferendo loro una dimensione più umana e tangibile. Le tavole a pagina intera, spesso utilizzate per fornire al lettore concetti base sulla geopolitica della regione, interrompono momentaneamente la narrazione, sottolineando i passaggi in cui il racconto deve cedere il passo alla riflessione.

 

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