Il libro di Chiara Nencioni restituisce voce a una pagina dimenticata della storia italiana: la partecipazione di rom e sinti alla lotta partigiana. Un contributo di correttezza storiografica tanto necessario quanto raro, in un campo ancora segnato da lacune e pregiudizi.

Attraverso testimonianze orali e fonti d’archivio, tra cui il fondo Ricompart dell’Archivio Centrale dello Stato,  vengono ricostruiti i percorsi di una ventina di resistenti, tra partigiani combattenti, fiancheggiatori e resistenti civili, attivi in diverse aree dell’Italia settentrionale. Tra loro spicca Amilcare “Taro” Debar, sinto torinese che combatté nella brigata Garibaldi Dante Di Nanni e partecipò alla liberazione di Alba, insignito del diploma partigiano da Sandro Pertini. O ancora Vicenzina Pevarello, sinta, ultima partigiana sopravvissuta, che a 97 anni porta ancora la memoria di un marito fucilato a 19 anni.

I protagonisti vengono definiti ćiriklé, “uccellini” in romanì, perché costretti a darsi alla macchia, in lotta contro i kastènghere, quelli del manganello. Una terminologia che restituisce identità e umanità a chi la storia ufficiale ha troppo spesso ignorato.

Il libro è al tempo stesso ricerca storica e atto civile: ricorda che i rom sono cittadini italiani, e che alcuni di loro hanno onorato quella cittadinanza con la vita.

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