di Bonomi Matilde –
SUDAN –
Fin dagli anni ’80 il Sudan è stato sconvolto da carestie e scontri armati fra reparti governativi e movimenti di guerriglia. Dopo un fallimento di tentativo di transizione verso un regime democratico, il conflitto in Sudan ricominciava nell’aprile 2023 e, nel marzo 2025, si registravano già circa 11 milioni e mezzo di sfollati interni. Il conflitto è esploso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF) a causa, sia dell’instabilità dovuta alla grave crisi economica del Paese, sia per ragioni politiche: dopo ben due colpi di stato nel 2019 e nel 2021, gli sforzi dei sudanesi per trovare un accordo fra le due grandi fazioni armate fallirono. Oggi è la sete di potere e l’odio tra le due etnie che traina il conflitto. Di recente c’è stata una svolta: a marzo il SAF ha riconquistato il controllo totale della capitale Khartum, che per due anni era rimasta in stato d’assedio e divisa tra le due fazioni. Ora gli uomini del generale al Burhan sono rientrati nel palazzo presidenziale dal quale erano stati cacciati due anni fa. La cacciata di RSF dalla capitale sudanese però non è la fine della guerra, le milizie si stanno solamente ricollocando nelle stesse aree dei massacri di vent’anni fa.
RDC
La Repubblica Democratica del Congo è dilaniata da violenze e tensioni sin dall’ alba della sua indipendenza nel 1960. Questo perché il paese è ricco di materie prime preziose, oggetto di desiderio della cupidigia di molti. Il conflitto più devastante oggi è quello con il Ruanda
SOMALIA
La guerra civile che rimosse Mohamed Siad Barre nel 1991 fu un evento cruciale, tra I più difficili nella storia africana. Da quel momento, la Somalia ha vissuto senza una guida solida, tormentata da escalation di violenza e aggressioni. La missione UNOSOM dell’ONU non ha raggiunto gli obbiettivi sperati, rendendo la Somalia un territorio instabile, dominato da signori della guerra, attività illegali e traffici di persone. Agli scontri tra clan si aggiunse la minaccia jihadista, capitanata dal movimento Al-Shabaab: sorto a Mogadiscio nel 2005, questo gruppo, in breve tempo, ha consolidato il suo controllo sul centro-sud della Somalia, focalizzandosi sul Corno d’Africa e attaccando chi metteva a rischio i suoi domini. Nel mirino sono soprattutto il Governo di Mogadiscio, le forze dell’Unione Africana, l’Etiopia e il Kenia.
ETIOPIA
A seguito di una fase di relativa tranquillità e ottimismo, la nazione è ripiombata nell’impiego della violenza. La genesi del conflitto è rintracciabile nelle frizioni tra il governo centrale e la dirigenza tigrina, la quale, dopo aver contrastato per 17 anni il dittatore Menghistu Hailé Mariam, di fatto amministrava l’intero territorio ed è stata poi limitata nel suo potere da Abiy. Tale scenario, che alla guerra dichiarata (durata approssimativamente un mese) ha fatto susseguire un’atmosfera di guerriglia, causando, stando alle Nazioni Unite, circa un milione di sfollati interni e più di 60 mila rifugiati in Sudan. Circa due milioni di minori necessitano di assistenza immediata, tuttavia l’accesso alla regione è risultato impraticabile sia per gli operatori umanitari che per i giornalisti.
MOZAMBICO
Le elezioni generali del 9 ottobre 2024 in Mozambico hanno scatenato una grave crisi politica e sociale. Il Fronte di Liberazione del Mozambico, al potere dal 1975, ha dichiarato la vittoria del suo candidato Daniel Chapo con il 70,7% dei voti. Tuttavia, l’opposizione, guidata da Venâncio Mondlane del partito Podemos, ha contestato i risultati, denunciando brogli elettorali e sostenendo di aver ottenuto il 53% dei consensi. Le accuse di frode hanno scatenato proteste diffuse, iniziate l’11 ottobre 2024, che sono state represse violentemente dalle forze di sicurezza. Almeno 300 manifestanti sono stati uccisi durante gli scontri e centinaia sono stati arrestati. La situazione è ulteriormente degenerata dopo la conferma ufficiale dei risultati da parte della Corte costituzionale, il 23 dicembre 2024, che ha convalidato la vittoria del Fronte di Liberazione del Mozambico. Le tensioni si sono attenuate solamente dopo che Mondlane ha dichiarato una tregua di cento giorni, durante la quale “monitorerà l’operato del governo”. La crisi politica ha aggravato le preesistenti sfide di sicurezza, in particolare nelle province settentrionali di Nampula e Niassa, dove persistono minacce di attacchi armati e sequestri da parte di gruppi terroristici.
YEMEN
Il conflitto tra i ribelli Houthi e le forze governative, sostenute da una coalizione internazionale, continua a causare instabilità. Recentemente, gli Houthi hanno lanciato missili contro Israele, provocando attacchi aerei israeliani a Sana’a, che hanno danneggiato gravemente l’aeroporto internazionale e altre infrastrutture vitali. La popolazione yemenita affronta gravi difficoltà: oltre 19 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, con milioni in condizioni di insicurezza alimentare e accesso limitato a servizi sanitari e acqua potabile. Le strutture sanitarie sono in gran parte non funzionanti e il paese ha registrato il più alto numero di casi di colera a livello mondiale nel 2024. Le forze Houthi hanno arrestato e detenuto arbitrariamente numerosi membri di organizzazioni umanitarie e diplomatiche. Inoltre, l’accesso umanitario è ostacolato da burocrazia e controlli, aggravando ulteriormente la crisi. Nonostante la diminuzione degli scontri su larga scala, la situazione rimane instabile. Gli attacchi aerei israeliani e le tensioni regionali continuano a complicare gli sforzi di pace. La comunità internazionale continua a chiedere un cessate il fuoco duraturo e un impegno serio.
SAHEL
La situazione nel Sud Sahel è caratterizzata da una confluenza di sfide ambientali, politiche, di insicurezza socioeconomica. Questo crea una continua instabilità politica e un aumento dei conflitti armati. La fascia del Sahel si estende dalla costa occidentale dell’Africa verso est attraversando tutto il continente, in particolare contiene dieci paesi: Burkina Faso, Mali, Niger, Camerun, Guinea, Gambia, Senegal, Nigeria, Ciad e Mauritania. Tra le cause scatenanti alla base della situazione di instabilità generale c’è la ribellione separatista scoppiata a nord del Mali nel 2013. I protagonisti sono il gruppo dei Tuareg che rivendica uno Stato indipendente – lo Stato di Azawad – nel nord del Paese, militarmente preparati grazie agli aiuti ricevuti dalle milizie di Gheddafi ed alle alleanze con le cellule jihadiste di Al-Qaeda nel Maghreb. L’insurrezione viene presto repressa dalle forze francesi, che, per interessi commerciali e securitari, intervengono in sostegno del governo centrale maliano, ma ciò non stabilizza il Paese anzi segna l’inizio di un effetto domino che investe tutta la regione innescando conflitti interetnici e religiosi.
Nelle aree dove la presenza dei deboli governi centrali è quasi nulla, operano gruppi terroristici, i principali bersagli delle operazioni militari europee e internazionali nel Sahel. l’ideologia jihadista salafita ben si presta a mobilitare le comunità locali le quali, in assenza di uno Stato capace di garantire il monopolio della violenza, si legano a gruppi armati. Nel 2007 questi miliziani si sono costituiti come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico con l’obiettivo di diffondere il jihad secondo l’interpretazione salafita dell’Islam in tutta l’Africa occidentale. Nel 2015 un ramo dell’organizzazione si sviluppa come provincia dello Stato Islamico, lo Stato Islamico nel Grande Sahara. Dopo un periodo di collaborazione tra i due gruppi, questi hanno iniziato ad affrontarsi da marzo 2019 al confine tra Mali e Burkina Faso per l’accesso alle risorse presenti nell’area.
La fine dell’operazione francese Barkhane, motivata anche da crescenti critiche da parte delle popolazioni locali, ha stimolato una crescente presa di potere della Russia. La strategia di Mosca consiste nel far leva su appaltatori paramilitari e gruppi privati per contrastare i gruppi armati jihadisti, il che gli permette di sfidare il ruolo tradizionale della Francia nell’area senza coinvolgere direttamente le proprie forze nel caos saheliano.
In questo nuovo scenario geopolitico, sebbene gli Stati Uniti tendano a ridurre la propria presenza militare, continueranno a mantenere le loro basi militari. D’altra parte, la Cina potrebbe considerare a breve la presenza di Mosca una minaccia ai propri interessi. L’obiettivo delle superpotenze è rendere gli eserciti africani in grado di contrastare la minaccia jihadista al fine di massimizzare i rispettivi interessi economici, politici e securitari. Ciò, tuttavia, non è sufficiente per stabilizzare la regione in quanto la corruzione vanifica gli sforzi investiti nel rafforzamento militare degli eserciti locali e i governi centrali restano debolmente legittimati dalla popolazione.
“Africa.” Gariwo, it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/africa-23476.html.
Articoliereport. “La Difficile Sfida Del Sahel.” Geopolitica.Info, 12 Sept. 2023, www.geopolitica.info/la-difficile-sfida-del-sahel/.
Chiarafilarete. “La Guerra in Yemen è Un Orrore Dimenticato, Ma Continua.” Oxfam Italia, 3 Oct. 2024, www.oxfamitalia.org/la-guerra-in-yemen-e-un-orrore-dimenticato-ma-continua/.
Claudia. “Somalia: Un Paese in Bilico Tra Clan, Geopolitica e Dialogo Internazionale.” Rivista Africa, 24 Jan. 2025, www.africarivista.it/somalia-un-paese-in-bilico-tra-clan-geopolitica-e-dialogo-internazionale/251302/?srsltid=AfmBOophE9KK4p4QEKeitfKXDmsOQ-fmPPRsOz2HlhOlW6EEKncutb7K.
“Houthis Deny Israeli Attacks on Yemeni Ports after Warning.” Al Jazeera, Al Jazeera, 12 May 2025, www.aljazeera.com/news/2025/5/11/israel-attacks-yemens-hodeidah-striking-port-areas.
Lucia Ragazzi and Sara de Simone, et al. “Sudan at War: Internal Divisions, Regional Rivalries, and International Inertia .” ISPI, 30 Apr. 2025, www.ispionline.it/en/publication/sudan-at-war-internal-divisions-regional-rivalries-and-international-inertia-207433.
Ng. “Mozambico. Tensioni Militari per l’insicurezza Politica.” Notizie Geopolitiche, 25 Oct. 2024, www.notiziegeopolitiche.net/mozambico-tensioni-militari-per-linsicurezza-politica/.
