di Lara Schirru –
Ad un mese dall’inizio della sua seconda presidenza, Donald Trump è già al centro di pesanti accuse relativamente al suo piano per ripulire Gaza. Nella seconda settimana di febbraio 2025, il Presidente Trump ha invitato gli Stati Arabi confinanti ad accogliere gli sfollati Palestinesi, consentendo di sgomberare le macerie nel minore tempo possibile e di ricostruire la Striscia di Gaza da zero. Il piano prevede la trasformazione della Striscia in una meta turistica di lusso, con hotel sul lungomare e grattacieli. La proposta ha incontrato una forte opposizione da parte della comunità internazionale, inclusa quella di oltre 350 rabbini e attivisti ebrei che hanno firmato un appello sul New York Times definendo il piano una forma di pulizia etnica. Dietro questa apparente strategia di ricostruzione si cela per davvero un progetto umanitario? O si tratta piuttosto un’operazione dettata da interessi economici e propagandistici?
Politica interna e propaganda
Trump ha spesso utilizzato un approccio pragmatico e aggressivo nelle questioni di politica estera, presentandosi come il leader capace di “riordinare il caos”. Il suo approccio al conflitto in Medio Oriente non fa eccezione. Il progetto di costruzione di una nuova “Costa Azzurra del Medio Oriente” gli consentirebbe di rafforzare il suo elettorato, soprattutto tra coloro che vedono l’intervento militare e la stabilizzazione del Medio Oriente come una necessità strategica. La sua base elettorale, in gran parte composta da conservatori, evangelici e sostenitori della politica estera interventista, potrebbe vedere questo passo come quello decisivo per il controllo della religione e una dimostrazione della capacità di Trump di imporsi sullo scenario globale. Inoltre, il piano potrebbe aiutarlo a distogliere l’attenzione da questioni interne più spinose, come la crisi economica post-pandemia o le divisioni politiche all’interno del Paese. Allo stesso tempo, il rischio di alienarsi il supporto degli alleati internazionali e di fomentare tensioni con il mondo arabo potrebbe rivelarsi un boomerang politico.
Dominio geopolitico sull’area
Ripulire Gaza non significa solo rimuovere le macerie, ma decidere chi e come ricostruirà il futuro della regione. Gli Stati Uniti, attraverso questo piano, si assicurerebbero un ruolo centrale nella gestione del territorio, evitando che altri attori internazionali prendano il controllo della zona. Infatti, negli ultimi anni Pechino ha cercato di espandere la propria influenza attraverso accordi economici con diversi paesi arabi, e Mosca ha rafforzato la sua posizione in Siria. Un intervento diretto degli Stati Uniti a Gaza impedirebbe a questi rivali geopolitici di inserirsi ulteriormente nella regione. Inoltre, il controllo sulla Striscia permetterebbe agli USA di gestire direttamente le rotte commerciali e le risorse energetiche, assicurandosi un vantaggio strategico su Iran e Turchia. Dal punto di vista diplomatico, la mossa potrebbe servire come leva per negoziare nuovi accordi di pace con Israele e gli Stati Arabi, rafforzando l’influenza americana nel processo decisionale regionale. Tuttavia, il rischio di scatenare una reazione violenta da parte di gruppi militanti e di compromettere i rapporti con i paesi alleati rende questa strategia rischiosa.
Influenza e controllo economico
Dietro la facciata della ricostruzione si cela un’opportunità economica multimiliardaria. L’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan insegna che la ricostruzione post-bellica può trasformarsi in un enorme business per aziende americane. Infatti, la rimozione delle macerie è solamente il primo passo. In futuro, appalti per la ricostruzione potrebbero essere assegnati a imprese vicine a Trump, rafforzando la rete di interessi economici che lo sostiene. La trasformazione di Gaza in una destinazione turistica di lusso, con hotel, casinò, e grattacieli sul lungomare, potrebbe attrarre investimenti multimiliardari da parte di gruppi finanziari internazionali, rendendo la ragione un polo economico chiave per il Medio Oriente. Tuttavia, lo spostamento della popolazione palestinese solleva gravi questioni etiche e legali, e rischia di trasformare il progetto in un ennesimo conflitto politico e umanitario anziché un’opportunità di sviluppo sostenibile.
Oltre alle implicazioni etiche e legali di tale operazione, la realizzazione del piano appare altamente improbabile. Secondo dati forniti dall’ONU, servirebbero 1,2 miliardi di dollari e 14 anni solo per la rimozione delle macerie. Per una questione di tempistiche, Trump, con i suoi quasi 80 anni, potrebbe non riuscire a vedere neanche l’inizio dei lavori di costruzione della sua “Mar-a-Gaza”. In più, l’aspetto umanitario non può essere ignorato. Spostare intere popolazioni senza un piano realistico di reinsediamento rischia di aggravare ulteriormente la crisi umanitaria della regione.