Algeria: l’Europa «in affari con un regime dittatoriale, corrotto e gerontocratico»

ALGERIA: intervista all’oppositore Karim Tabbou, figura di spicco del movimento popolare Hirak.

Un’altra dittatura che facciamo finta di non vedere e con cui trattiamo, come Europa, senza apparenti problemi. Non vi ricorda qualcun altro?… un certo Vladimir Vladimirovič Putin?

«I partner europei sono più sensibili “all’odore” del petrolio e del gas che ai valori morali e democratici», ci dice Tabbou, più volte arrestato per la sua manifesta opposizione al regime. E racconta un paese oppresso, in cui il malessere cova sotto la cenere. Un paese che «sta sprofondando in una glaciazione autoritaria» tra le peggiori della sua storia

Figura di spicco dell’Hirak, Karim Tabbou è l’instancabile oppositore del regime militare in Algeria. È stato primo segretario del Fronte delle Forze Socialiste (FFS) e nel 2013 ha fondato l’Union Démocratique et Sociale (UDS): un partito socialdemocratico che si batte per l’avvento dello stato di diritto. Dal regime di controllo giudiziario cui è sottoposto, ci racconta la sua visione dell’Algeria odierna e di domani.

Perché l’UDS non è ancora riconosciuto?

Nel nostro paese, creare un partito in manifesta opposizione al potere è un crimine di lesa maestà, è un’impresa titanica che si confronta con la trappola della legge e la volontà politica. Se l’amministrazione algerina è il più grande partito politico, alla sua ombra c’è la polizia politica, che detiene il vero potere. La legge in questo caso passa in secondo piano. L’UDS, nonostante abbia rispettato scrupolosamente tutte le disposizioni della legge sui partiti politici, dal 2013 è un partito non autorizzato.

Attualmente lei è sotto controllo giudiziario e in generale è stato incarcerato diverse volte. Tuttavia, continua a manifestare il suo dissenso. Cosa la spinge a continuare?

Sono stato perseguito in quattro casi giudiziari. L’ultimo riguarda la mia partecipazione alla trasmissione Le Maghreb: entre les crises des régimes et les espoirs des peuples sul canale indipendente Almagharibia con l’ex presidente tunisino Moncef El Marzouki, nella quale ho sostenuto che tutti i regimi del Maghreb sono essenzialmente securitari e liberticidi. Dieci giorni dopo sono stato arrestato, interrogato sul contenuto della trasmissione e posto sotto controllo giudiziario. Mi è stato comunicato che non ho più il diritto di partecipare ad attività politiche e mediatiche. Praticamente, mi è stato chiesto per via “giudiziaria” di tacere! Questa è la dottrina della sicurezza. Ogni lunedì sono tenuto a presentarmi in una caserma di sicurezza interna per firmare un registro. Mi è stato, inoltre, requisito il passaporto e vietato di uscire dal territorio nazionale. Col tempo, mi sono abituato a queste angherie. Il controllo giudiziario mi dà la forza di restare fedele al mio impegno politico. In tali circostanze, il sostegno popolare è fondamentale.

Come definirebbe l’Algeria, oggi?

L’Algeria è un paese di paradossi: è ricco, ma la popolazione è povera. È al centro delle grandi questioni geopolitiche ma, a causa del regime, è in ritardo. Privo di visione futura, naviga a vista! È un paese apparentemente democratico che si avvale di tanti giornali, partiti, elezioni. Ma il cui sistema è ermetico, chiuso, retrogrado, generatore di disperazione e povertà. È un sistema che si accontenta della facciata del pluralismo. Un paese che ha milioni di giovani senza progetti futuri, la cui unica ambizione è trovare il modo di espatriare; dove interi settori della società cadono nella droga e in altri mali sociali; in cui le élite sono schiacciate dalle ingiustizie e ai cittadini viene impedito di esprimersi… è un paese in crisi. Sul punto, l’Europa deve smettere di concepire la propria sicurezza e stabilità come un semplice subappalto ai regimi repressivi del Sud. Anche i popoli del Sud vogliono vivere e prendersi la loro parte di felicità e di progresso tecnologico. Nonostante l’accordo di cooperazione imponga l’obbligo di rispettare i diritti umani, il regime di Algeri si prende gioco dei suoi partner europei perché sa bene che questi sono più sensibili “all’odore” del petrolio e del gas che ai valori morali e democratici. L’evidenza è che il nostro paese sta sprofondando in una glaciazione autoritaria degna dell’era del partito unico degli anni ‘70.

Elezioni presidenziali di settembre: cosa prevede?

Innanzitutto, parlare di elezioni con un tale regime significa sfidare la scienza politica! Esistono davvero le elezioni? Tutti i segnali mostrano che l’attuale capo di stato succederà a sé stesso, nonostante sia riuscito in questi 5 anni a fallire su tutti i livelli. A parte qualche applauso dai professionisti del regime, il popolo ha vissuto questo mandato nella miseria, nella menzogna e nelle promesse vuote. Sul piano internazionale, sebbene i pochi atti compiuti, come le risoluzioni proposte all’ONU sulla questione palestinese, la posizione dell’Algeria resta debole. Infatti, a eccezione delle relazioni con l’Italia, i rapporti non sono buoni con Marocco, Libia, Mali, Niger, Burkina Faso. Penso che, se la maggior parte dei paesi africani vuole guadagnarsi un posto nell’era moderna e sperare di partecipare alle transizioni in corso nel mondo, dovrà liberarsi dei regimi dittatoriali, corrotti e gerontocratici. In Algeria, il 65% della popolazione è giovane, ma siamo guidati da persone che sono alla soglia dei cimiteri. Lasciare il paese nelle mani di questi gerontocrati rischia di ipotecare il futuro delle prossime generazioni.

Condividerebbe alcune sue riflessioni?

L’Hirak ha costituito una vera alternativa, è stata la migliore lezione di democrazia data dal popolo algerino al regime dittatoriale. È riuscito a mobilitare tutti gli strati della società con uno spirito pacifico e fraterno in un paese che ha vissuto tragedie, che porta ancora le ferite nell’anima di una guerra civile. Riorganizzare tutto ciò richiede uno sforzo colossale e riflessioni profonde. Personalmente, resto convinto – e l’Hirak lo ha affermato chiaramente -, che sia impossibile cambiare le cose dall’interno del sistema, dal momento che il problema è il sistema stesso. Pertanto, è imperativo che la polizia politica venga sciolta e che l’esercito cessi di intervenire nell’arena politica. Agli algerini deve essere garantito il diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti. Gran parte dell’attuale classe politica è composta da servitori del potere che non sperimentano le stesse difficoltà degli algerini che vivono nei quartieri popolari: la mancanza d’acqua, l’alto costo della vita, la mancanza di cure e soprattutto l’assenza di prospettive future. Il potere teme solo una cosa: la strada. Per questo ha creato una rete di polizia che controlla ogni minimo gesto o parola: sa benissimo che il vulcano è lì e che da un momento all’altro erutterà. E la lava lo inghiottirà.

17 Giugno 2024

Articolo di Nadia Addezio

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