“Uomini e caporali”: come il sistema migratorio si intreccia con lo sfruttamento lavorativo

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di Lara Schirru –

Da decenni il Sud Italia è meta di decine di migliaia di immigrati che lavorano nella raccolta del pomodoro, di cui l’Italia è il secondo produttore mondiale. Purtroppo però, molti di loro si ritrovano ingabbiati in un sistema di sfruttamento lavorativo, privo di tutele e diritti fondamentali. Con paghe misere, spesso di pochi euro al giorno, non coprono neanche i costi  dell’affitto, diventano così debitori di chi li ospita e li impiega.
Nel suo libro Uomini e Caporali, Alessandro Leogrande indaga a fondo questo fenomeno, dando voce a 23 lavoratori sfruttati. Le loro storie, dure e toccanti, raccontano una realtà fatta di abusi, fatica e promesse tradite. Alcuni non sono mai riusciti a tornare a casa, vittime della violenza di chi prometteva loro un futuro migliore.

Cosa è il caporalato?
Con il termine caporalato ci si riferisce allo sfruttamento lavorativo, rivolto a cittadini e migranti, esercitato dai “caporali”. Solitamente le condizioni di vita dei lavoratori sono sotto la soglia minima, così come le paghe. Le ore di riposo e di sonno sono ridotte al minimo, le ferie sono inesistenti. I caporali sono intermediari che reclutano e organizzano la manodopera per conto di imprenditori. Solitamente, loro stessi
sono immigrati ex lavoratori nei campi oppure membri di organizzazioni mafiose. Nello specifico, si parla di “agromafia”, attività illegale della criminalità organizzata nel settore dell’agricoltura, che si realizza mediante investimento e riciclaggio di denaro, truffe per ottenere fondi pubblici, contraffazione di generi alimentari e controllo sulla vendita dei prodotti nei mercati ortofrutticoli (Treccani, 2018). Secondo le stime della direzione antimafia, il giro d’affari legato al business delle agromafie è di poco più di 12 miliardi l’anno, mentre l’evasione contributiva legata al caporalato vale circa 600 miliardi di euro l’anno (Osservatore Romano, 2014, 6).

In che modo il caporalato si intreccia con l’immigrazione?
Storicamente, le persone migranti in Italia (e non solo) sono state spinte verso occupazioni poco qualificate, caratterizzate da mansioni a bassa competenza e retribuzioni inferiori. A causa della scarsa conoscenza della lingua e del livello di istruzione, sono anche più vulnerabili a situazioni di sfruttamento e criminalità.
Inoltre, esistono delle tratte migratorie dall’est Europa ideate specificamente per trovare nuovi lavoratori agricoli. Vengono reclutati direttamente nei paesi di origine da concittadini, con la promessa di un futuro migliore. Al loro arrivo in Italia, vengono accolti nei casolari dove passeranno i mesi successivi, senza riscaldamento, acqua calda e documenti. Per arrivare in Italia, spesso contraggono un grande debito, ciò li rende ancora più vulnerabili perché ricattabili sia dall’Italia che dal paese d’origine.
Leogrande dà voce a chi normalmente non ha diritto di parola. Racconta storie di uomini e donne accomunati da un unico destino: essere utili finché servono e invisibili appena smettono di esserlo. Il sistema migratorio italiano è lontano dall’essere regolato da una politica inclusiva e lungimirante, appare piuttosto frammentato, emergenziale e funzionale alla produzione di manodopera ricattabile. L’irregolarità non è solo una condizione giuridica: è una condizione voluta, mantenuta e sfruttata. La burocrazia lenta, i permessi di soggiorno vincolati al lavoro, la mancanza di vie legali per entrare in Italia, contribuiscono a creare un esercito di lavoratori senza alternative, pronti a tutto pur di sopravvivere. In questo contesto, l’illegalità non è un’eccezione, ma una questione sistemica.

La storia di Darek, potatore di vigne nel Tavoliere
Dariusz Olszewski, lavoratore polacco, è una delle vittime raccontate da Alessandro Leogrande. Reclutato dalla Polonia, insieme a qualche amico, ha deciso di trascorrere qualche mese nel Sud Italia per lavorare nel settore agricolo. Dopo essere arrivato, si è ritrovato coinvolto nel sistema del caporalato. Viene impiegato nella raccolta dei carciofi e la potatura delle vigne con una paga di due euro al giorno. Come molti altri, vive in condizioni precarie, in baracche affollate e senza servizi igienici, dipendendo completamente dai caporali
per il trasporto, l’alloggio e il cibo. Viene ritrovato deceduto in un campo, nei pressi di Cerignola. La causa del decesso, secondo il medico legale che si è occupato delle analisi, combacia con una morte naturale. Due anni dopo, quando la famiglia è riuscita a risalire al nome del proprio figlio, e a recarsi in Italia per il riconoscimento, lo hanno trovato gonfio in viso, con evidenti segni di violenza. Anche a seguito della
riesumazione del corpo, è stato impossibile per i medici stabilire la causa della morte, per colpa dei due anni passati dall’accaduto. La sua morte è simbolo della disumanità del sistema: un lavoratore invisibile, ucciso non da un singolo gesto, ma da un’intera struttura che lo ha privato di diritti, dignità e infine della vita.

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