Il vicolo cieco della nuclearizzazione in Medio Oriente: equilibrio o catastrofe?

di Bengisu Kaya – Un’esplosione nucleare non distrugge solo il luogo in cui avviene; la sua ombra si estende anche sulle città che non la vivranno mai direttamente. Cambia la politica quotidiana, piega le economie, avvelena le percezioni di sicurezza. Anoushiravan Ehteshami, con Nuclearisation of the Middle East (1989, dati di collocazione: Inventario 4761, Collocazione PACE.LIBRI 08 PACE 054) ha raccontato con chiarezza e sorprendente lungimiranza come il sogno nucleare del Medio Oriente sia sempre stato una corsa fragile, più vicina al disastro che all’equilibrio.

Anoushiravan Ehteshami è uno dei più autorevoli studiosi del Medio Oriente. Professore di Relazioni Internazionali all’Università di Durham e direttore dell’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente e sull’Islam, ha dedicato la sua carriera ad analizzare le dinamiche di sicurezza, energia e politica estera della regione. Con Nuclearisation of the Middle East Ehteshami dimostra come la corsa al nucleare in Medio Oriente non sia solo una questione militare, ma anche il riflesso di economie dipendenti, tentativi di industrializzazione e strutture politiche fragili. Ciò che lo distingue è la capacità di unire il rigore accademico con l’osservazione della politica quotidiana, rendendo le sue analisi ancora oggi di sorprendente attualità.
In teoria, tutto sembrava logico. Kenneth Waltz e altri teorici sostenevano che la diffusione graduale delle armi atomiche avrebbe reso i leader più cauti, riducendo il rischio di guerre su larga scala. Ma Ehteshami ribalta questo ottimismo: in Medio Oriente la “capacità di secondo colpo” è quasi inesistente. Significa che basta un primo attacco per annullare ogni deterrenza. Inoltre, mancano i meccanismi che tra le superpotenze hanno frenato le crisi: linee rosse, regimi di verifica, canali di comunicazione d’emergenza. Il risultato? Non stabilità, ma vulnerabilità.

Questa vulnerabilità cresce su un terreno politico già frammentato. Negli anni ’70 e ’80 le speranze di unità dalla Federazione delle Repubbliche Arabe del 1971 al Consiglio di Cooperazione del Golfo del 1981 non hanno mai prodotto un’architettura strategica duratura. Le fratture interne (dal conflitto arabo-israeliano alla guerra civile libanese, dalla questione curda all’Iran post-rivoluzionario) e gli shock esterni (come l’invasione sovietica dell’Afghanistan) hanno reso impossibile immaginare un Medio Oriente come blocco politico coeso.
Ehteshami ci ricorda: la nuclearizzazione non nasce solo nei tavoli strategici, ma anche nella crescita delle città e nelle scelte economiche. Nei nuovi Stati indipendenti l’industrializzazione era il simbolo della sovranità; ma spesso avanzava sotto l’ombra degli eserciti. Le città si gonfiavano, mentre l’agricoltura veniva trascurata, e le riserve valutarie finivano non in istruzione o sanità, ma nella difesa. Così i complessi militari–industriali si sono piazzati al centro dei racconti sullo sviluppo.

Non sorprende allora che, tra il 1973 e il 1983, l’area sia diventata il più grande mercato di armi del mondo: mezzo trilione di dollari spesi in armamenti, radar, sistemi AWACS, missili balistici, guerra elettronica. Tutto ciò ha reso più “trasportabili” le testate nucleari e ha spinto la regione verso un equilibrio sempre più instabile.
Paese per paese, le differenze sono nette ma il filo conduttore è lo stesso: più armi, meno sicurezza. Israele ha costruito un ecosistema militare-industriale autosufficiente, dal fucile Uzi al carro armato Merkava, dai missili Jericho ai droni pionieristici: deterrente regionale ma anche laboratorio a cielo aperto per l’Occidente. L’Arabia Saudita ha trasformato la ricchezza petrolifera in difesa aerea quasi da standard NATO, con radar, AWACS e Tornado. L’Iran, tra rivoluzione e guerra, ha montato Scud e avviato produzioni locali sotto l’ombrello dei Pasdaran. La Turchia, dopo l’embargo degli anni ’70, ha dato vita a un sistema coerente: TUSAŞ, TEI, Aselsan, MKE; un complesso che l’ha resa, dopo Israele, l’attore con l’apparato più completo della regione.

Eppure la domanda resta: tutto questo ha davvero aumentato la sicurezza? La risposta di Ehteshami è tagliente: no. Inventari squilibrati, assenza di meccanismi di gestione delle crisi, conflitti convenzionali senza tregua… In questo contesto, la nuclearizzazione non genera equilibrio ma escalation. Applicare al Medio Oriente la logica NATO–Patto di Varsavia è un “copia e incolla” pericoloso, in un contesto privo di linee dirette e di regimi di verifica.
Nel quinto capitolo lo sguardo si allarga ai potenziali candidati nucleari. La Turchia, con il progetto del reattore di Akkuyu (600–700 MW), mirava non solo a produrre energia, ma a importare competenze: ingegneri locali formati per gestire in futuro la tecnologia. Ma un Paese NATO, già dotato del più grande esercito convenzionale della regione, con un piede nella soglia nucleare… sarebbe stato davvero solo “un progetto energetico”? Per Washington, Teheran, Damasco e Tel Aviv la risposta era ovviamente un allarme.
Il Cairo, dopo Camp David, riscopriva il sostegno americano e il capitale saudita, sognando di rilanciare il nucleare con un occhio a Islamabad. Ma tra desiderio e capacità restava un abisso. La Siria, con un reattore di ricerca sovietico, non riusciva a superare i limiti economici e tecnologici. In Nord Africa, la Libia di Gheddafi firmava intese con URSS, Francia e Argentina, immaginando una “esplosione pacifica” come quella indiana del 1974; ma la segretezza e l’opacità del programma moltiplicavano i rischi. L’Algeria frenava, presa tra priorità interne e cautela strategica, pur mantenendo potenzialità future. L’Arabia Saudita, infine, guardava al programma segreto pakistano come a un’assicurazione a lungo termine: finanziare oggi, beneficiare domani. Ma i benefici non sono mai arrivati.
Il quadro finale è inquietante e affascinante al tempo stesso: in Medio Oriente la nuclearizzazione non è scorciatoia verso la pace, ma corsia preferenziale verso nuove crisi. Ehteshami lancia perciò un appello a un cambio di paradigma. Non sono le testate a creare equilibrio, ma le istituzioni: trasparenza, verifiche, comunicazione di crisi, misure di fiducia reciproca. Senza questi strumenti, la soglia nucleare non rafforza la sicurezza, ma amplifica l’errore.

Forse la vera domanda non è “quante testate ci sono e dove?”, ma “come si gestisce l’errore in questa regione?”. Perché in Medio Oriente, più che altrove, la sicurezza non nasce dalla potenza esplosiva, ma dalla freddezza delle istituzioni.

Bibliografia
Ehteshami, A. (1989). The nuclearisation of the Middle East. Londra: Brassey’s Defence Publishers.

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