Articolo di Riflessione: GAZA – Doctors Under Attack

di Bengisu Kaya – Il 24 ottobre 2025, presso la Sala San Luigi a Forlì, la proiezione del documentario “GAZA: Doctors Under Attack” ha mostrato uno dei volti più duri della guerra: medici che rischiano la propria vita per salvarne altre. L’evento è stato organizzato da Centro per la Pace Forlì, Emergency, Mani Rosse Antirazziste (MRA) e Sala San Luigi. Il dibattito è stato moderato da Milad Basir e Chiara Tammaro del Centro per la Pace Forlì.
Nel suo intervento introduttivo, Chiara ha posto l’accento sui diritti umani, ricordando che, sebbene eventi di questo tipo siano fonte d’ispirazione, non basta semplicemente guardare o parlarne. L’esperienza storica europea ci mostra che la guerra è stata spesso legittimata come una “scelta possibile”. Anche le istituzioni che promuovono la pace, nei momenti di crisi, tendono a rifugiarsi nella retorica della sicurezza. Tuttavia, come Chiara ha sottolineato indirettamente, anche la pace proprio come la guerra richiede preparazione. Una vera trasformazione può avvenire solo quando le risorse diplomatiche, economiche e sociali vengono reindirizzate dalle spese militari a “finanziare la pace” (fund the peace). La pace duratura non si costruisce attraverso la deterrenza militare, ma attraverso politiche di giustizia, istruzione e solidarietà.

Il documentario descrive con straordinaria chiarezza le condizioni insostenibili in cui operano gli operatori sanitari a Gaza. Assistiamo a medici che lavorano sotto bombardamenti incessanti, facendo del loro meglio tra le grida dei bambini feriti. Negli ospedali privi di elettricità, medicine e persino acqua potabile, le loro uniche armi sono la coscienza e la dignità umana. In una scena, gli occhi stanchi di un giovane chirurgo non esprimono esaurimento, ma resistenza. Quel momento si è impresso nel cuore di tutti: “Essere umani, a volte, non significa solo resistere, ma esistere per gli altri.”
Il film racconta le storie di medici e infermieri intrappolati nel cuore della guerra. Continuano a svolgere il proprio dovere, nonostante la morte sia una minaccia costante e gli ospedali vengano colpiti senza tregua. In una scena, un chirurgo cuce la ferita di un bambino al suono lontano delle esplosioni: la corrente salta, il generatore si accende, ma lui non si ferma. Il documentario mostra che la guerra non si combatte solo al fronte: si svolge nei corridoi degli ospedali. Questi medici non stanno solo salvando vite, ma stanno difendendo la dignità stessa dell’essere umano. Le immagini ci ricordano che la guerra non si combatte solo con le bombe, ma anche attraverso un attacco sistematico al diritto alla vita.

Uno degli aspetti più toccanti del film è la sua scelta narrativa: nessuna musica drammatica, nessuna voce narrante onnisciente, ma solo le voci dei medici. Questa scelta trasforma lo spettatore da semplice osservatore a testimone. Le immagini parlano da sole: ospedali distrutti, silenzio dei bambini, sguardi stanchi ma determinati dei medici, tutto comunica ciò che le parole non riescono a dire. Il documentario mette inoltre in discussione il silenzio della comunità internazionale e dei media. Il suono delle esplosioni trova un’eco nell’indifferenza del pubblico globale. Questo silenzio rivela il doloroso divario tra la retorica dei diritti umani e la loro applicazione concreta. Il film ci ricorda la differenza cruciale tra guardare e vedere: vedere significa anche assumersi una responsabilità.
Il film mostra inoltre che la guerra rappresenta non solo una catastrofe militare, ma anche un crollo etico. Gli attacchi agli operatori sanitari sono diventati simboli di un’epoca in cui il diritto umanitario internazionale e i limiti morali vengono superati. In questo senso, il documentario ci ricorda che i diritti umani devono essere tutelati non solo nelle dichiarazioni, ma anche nella pratica quotidiana là dove le persone vivono e muoiono. Ciò che ho imparato maggiormente da questo evento è che la pace non è solo responsabilità degli Stati, ma anche degli individui. Il coraggio dimostrato dai medici nel mezzo del caos mi ha portato a riflettere nuovamente sul significato dell’essere umano. Forse ciò di cui il mondo ha più bisogno oggi è un maggior numero di persone guidate dalla coscienza. Questo evento non è stato semplicemente una proiezione cinematografica, ma un richiamo alla coscienza collettiva. Le storie dei medici di Gaza ci dicono tutte: “Non dimenticare.” Perché ogni storia dimenticata permette che un’altra si ripeta.

L’evento è stato anche un esempio potente di come le comunità locali possano dimostrare sensibilità verso le sofferenze globali. Il lungo impegno del Centro per la Pace Forlì per la costruzione della pace possiede un significato non solo locale, ma universale. Durante la serata, persone di provenienze diverse hanno condiviso le stesse emozioni di empatia, giustizia e umanità. Questo senso di unità mi ha dato speranza, perché la speranza è la forza più profondamente umana che può opporsi alla guerra.
In conclusione, “GAZA: Doctors Under Attack” è molto più di un’opera cinematografica. Costringe il mondo ad affrontare una verità che preferisce ignorare: gli operatori sanitari non salvano solo vite, ma incarnano l’ultima coscienza rimasta dell’umanità.

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