di Raffaele Barbiero –
L’idea di questo articolo nasce da due fonti di ispirazione. La prima proviene da un’esperienza personale[1]. La seconda deriva da una serie di interrogativi sulla nonviolenza che esplicito sin d’ora: ‘Perché c’è una percezione ‘utopica’ riguardo alla nonviolenza?’, ‘Perché così poche persone conoscono le metodologie nonviolente?’, ‘Perché la nonviolenza non è una pratica comune?’.
Tali interrogativi rimandano a una serie di fattori rilevanti che chiamano, a loro volta, in causa questioni di potere e di assetti economici: esiste infatti un intreccio formidabile e potente del complesso militare-industriale, che influenza fortemente la politica dei governi e delle istituzioni internazionali.[1]
Ai fini di questo articolo è necessario concentrare l’attenzione sull’educazione e la formazione.
L’attenzione alla nonviolenza e alla sua metodologia è cresciuta notevolmente negli ultimi decenni, ma non c’è stato un parallelo aumento nella sua attuazione pratica. Esiste ancora una percezione diffusa che sia un obiettivo positivo ma di fatto irraggiungibile nella pratica.
Cercherò di esaminare il concetto di pace e proverò a rispondere alle seguenti domande: si può fare riferimento ad un concetto di “metodologia educativa attiva”, specialmente nella formazione progettata per la nonviolenza? Come si può implementare la formazione e l’apprendimento nonviolenti? Quali sono le sfide principali nella formazione per la nonviolenza?
1. Cosa significa “educare alla pace”?
L’idea che la pace possa essere raggiunta anche attraverso l’uso di strumenti educativi è implicita in qualsiasi teoria sociale che considera la pace e la guerra come un risultato delle azioni umane, piuttosto che come disastri naturali o punizioni divine.
Parto dall’idea generale di pace e educazione per la pace proposta attraverso due documenti dell’UNESCO, pubblicati rispettivamente nel 1972 e nel 1996.[2]
Dai due documenti, si può concludere che l’educazione è un processo che comprende tutti gli elementi della società, attraverso il quale gli individui e i gruppi sociali imparano a sviluppare consapevolmente le proprie capacità, conoscenze e atteggiamenti verso lo sviluppo della comunità nazionale e internazionale. Quindi la pace è il risultato in ogni società dell’uguaglianza dei diritti, per cui ogni membro della società partecipa ad essa su una base di potere decisionale, e dell’accesso a una quota equa delle risorse disponibili.
Inoltre, l’educazione per la pace è un processo sociale che consente una garanzia di diritti uguali, il cui risultato è la partecipazione equa al potere di ogni membro della comunità. L’UNESCO attraverso una sua più recente Raccomandazione, pubblicata nel 2024, afferma di fornire “indicazioni concrete e fondate sui diritti umani, su come l’istruzione possa promuovere una pace duratura, affrontare le molteplici e radicate cause dei conflitti e della violenza e fornire alle persone le conoscenze e le competenze per costruire società più giuste, sane e sostenibili” [3].
Ci sono alcuni elementi che caratterizzano l’educazione alla pace.
Uno di questi è la convinzione che sia fondamentalmente un’attività progettata per aumentare la consapevolezza nei soggetti del funzionamento dei processi socio-economici. L’educazione alla pace è un processo attraverso il quale un gruppo di persone diventa consapevole della propria capacità potenziale e impara a identificare i mezzi attraverso i quali può raggiungere la soluzione dei problemi.
Un’altra caratteristica dell’educazione alla pace si basa sull’orientamento alla complessità con cui guardare ai problemi della pace stessa. È necessario affrontare la relazione di tutti gli aspetti tra loro per ottenere un risultato positivo.
Infine, è cruciale tenere presente il legame organico tra la ricerca sulla pace, l’educazione verso la pace e l’azione per la pace. Insegnare la pace condivide un’enfasi sulle questioni sociali. L’educazione dovrebbe essere indirizzata ad aiutare le persone a sviluppare competenze critiche per valutare pienamente se stesse e le proprie capacità riflessive, la comprensione delle strutture sociali e l’analisi di come e dove le strutture sociali potrebbero essere cambiate. L’educazione alla pace include l’apprendimento volto a rendere le persone capaci di contribuire alla riforma delle strutture e dei processi sociali per ridurre la violenza e aumentare la giustizia.
La pace è concepita come una relazione tra individui, gruppi e stati in cui i conflitti vengono risolti senza ricorrere alla violenza. Le relazioni pacifiche non significano assenza di problemi, conflitti e ostilità. La pace non esiste in una società in cui i conflitti non si presentano, ma dove vengono risolti con mezzi diversi dalla violenza o dalla minaccia di essa.
All’interno di una visione dell’educazione alla pace come approccio comportamentale creativo, basato sulla riappropriazione personale del potere di scelta, diventa chiaro che si deve operare non solo sul contenuto, ma anche sulla relazione e sul metodo. Questi sono aspetti interdipendenti che distinguono ogni contesto educativo; non è possibile ottenere risultati significativi se ci limitiamo ad agire su uno qualsiasi di questi livelli. Forma e contenuto è necessario che siano uniformi, secondo il famoso concetto gandhiano che “i mezzi non si distinguono dai fini”.[4]
Non è sufficiente parlare di pace se le strutture in cui agiamo sono antitetiche a ciò che intendiamo, appunto, per pace.
Riguardo all’aspetto del contenuto, è importante ribadire che l’educazione per la pace non può essere confinata a una singola disciplina; include sviluppo, conflitto, ambiente, comunità globale, disarmo, scelte e consapevolezza. Il concetto di pace è per natura olistico. Insegnare la pace non è quindi qualcosa di monotematico, ma piuttosto è la somma di molti programmi educativi che vengono esplorati in tutte le direzioni e dimensioni.
Il percorso da seguire per avviare un progetto di educazione verso la pace è vario, ma in ogni caso è un processo che richiede tempo, diligenza e radicamento. Nessuno dovrebbe fidarsi di soluzioni rapide e troppo semplicistiche perché l’educazione verso la pace comporta cambiamenti profondi nei comportamenti e nei paradigmi culturali.
1.1. Risoluzione nonviolenta dei conflitti nell’educazione alla pace
L’obiettivo non è trasmettere informazioni e replicare un ‘prodotto’ già prefigurato, ma è creare situazioni problematiche, da una prospettiva di problem-solving a un’educazione al ‘pensiero divergente’, in cui la persona è un attivo e creativo produttore della propria formazione, secondo risultati che non si anticipano “a tavolino” e non sono legati all’educazione per ‘pensiero convergente’.
In questo senso, l’educazione alla pace non è mera trasmissione di contenuti e informazioni ‘diverse’, ma formazione di personalità critiche e creative che possano portare discussione e non accettare passivamente i dati dell’esperienza.
L’educazione alla pace implica un’idea dinamica e costruisce un percorso concreto. La consapevolezza di una costruzione concreta è una condizione cruciale per la pace perché l’educazione diventa uno stile di vita e può portare a cambiamenti nel comportamento e nelle attitudini delle persone. Non c’è dubbio che si possa definire la pace come ogni passo compiuto dalla violenza in nuove relazioni, dall’oppressione alla libertà, dall’intolleranza al rispetto, dall’indifferenza all’ascolto attivo e dall’ingiustizia all’equità.
L’educazione alla pace nella formazione alla nonviolenza è intimamente collegata al modo in cui qualcuno sceglie di affrontare una situazione di conflitto.
Passare da una situazione in cui i conflitti vengono risolti in modo violento a un modo nonviolento significa convertire in equità una relazione sbilanciata tra due posizioni di potere. In una situazione di conflitto in cui ci sono due punti di vista apparentemente inconciliabili, succede che entrambe le parti si considerano nel giusto e che il loro punto di vista dovrebbe prevalere. Ciò che accade è che tutti vogliono vincere a spese dell’altro e allo stesso tempo non vorrebbero trovarsi in una posizione di inferiorità. Inizia un processo in cui ciascuna parte si considera dotata di potere e buone ragioni e sull’altra parte, la minore, vengono posizionati tutti gli aspetti negativi. In realtà, ogni punto di vista ha sia aspetti positivi che negativi. Questo squilibrio favorisce l’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti perché ogni parte cerca di neutralizzare il suo avversario.
1.2. Un modello alternativo?
Come ha affermato Pat Patfort, tutti dovrebbero essere sullo stesso livello, per essere in una posizione equivalente rispetto all’altro.[5] Sebbene l’equivalenza non significhi essere uguali: caratteristiche diverse, opinioni diverse non dovrebbero portare a giudizi di valore che pongono le parti in posizioni opposte di prevalenza o inferiorità, ma essere considerate come una risorsa da utilizzare. La soluzione risiede nel portare il conflitto a un punto di incontro per tutti i bisogni fondamentali delle parti attraverso strumenti di comunicazione. Così, una soluzione nonviolenta è il risultato di un processo di gestione e comunicazione del conflitto basato sull’equivalenza. Cercare di risolvere una controversia significa muoversi da due punti di vista diversi, A e B, verso una soluzione comune che soddisfi pienamente entrambe le parti: non si tratta, pertanto, di un compromesso che è solo parzialmente soddisfacente, ma di uno sviluppo nuovo e diverso.
Perseguire un’azione nonviolenta è l’attivazione di un processo di gestione del conflitto che porta a soluzioni nonviolente con i mezzi a nostra disposizione. La soluzione nonviolenta dei conflitti si configura per non essere un obiettivo unico da raggiungere, ma un processo che avanza. Le tecniche di azione nonviolenta tentano di modificare la situazione conflittuale.[6] È necessario cercare di compiere passi di avvicinamento, per sviluppare un obiettivo comune più ampio. Una ricerca continua, anche durante il conflitto, di interessi comuni che avvicinino le due parti opposte, evidenziando elementi comuni senza enfatizzare gli aspetti che dividono.
La nonviolenza abbatte il vecchio stereotipo secondo cui il concetto di violenza è associato a quello del coraggio. Per il nonviolento il ricorso alla violenza è un segno di codardia: non usare metodi violenti diventa un segno di coraggio e decisione. Questo vale sia per piccoli conflitti quotidiani, sia per le grandi dispute internazionali.
Per dirla in altri termini, l’atteggiamento nonviolento è un “abito” che si può indossare in occasioni pubbliche solo se si è abituati a indossarlo in privato.
2. Cosa significa il termine ‘formazione alla nonviolenza’ e come può essere implementato?
Come scriveva George Lakey nei primi anni Sessanta del ‘900, “[l]a formazione è il processo attraverso il quale si acquisiscono nuove competenze o si sviluppano ulteriormente quelle esistenti. A differenza di altri tipi di apprendimento più accademici, la formazione descrive formati di apprendimento che portano a comportamenti cambiati in situazioni di azione”[7].
In questo approccio la formazione considera gli studenti come esseri completi, inclusa la loro personalità. I partecipanti sono motivati dal desiderio di cambiare le loro attitudini e comportamenti acquisendo una serie di competenze. Ci sono diversi modi per apprendere: attraverso parole, immagini, esperienza corporea ed emozione, incluso il desiderio di conoscere qualcosa. L’esperienza è la forma più importante perchè ti consente di apprendere e fissarlo nella memoria. L’esperienza si guadagna agendo, facendo.
Ci sono diversi modi per agire apprendendo attraverso la formazione: con giochi di ruolo, simulazioni ed esercizi.
- Formazione alla nonviolenza
La formazione nonviolenta ha alcune peculiarità: mira a una crescita della nonviolenza attraverso il rispetto per l’individualità delle persone e lo sviluppo di ogni persona. Si riferisce a valori specifici per tutti: vita, dignità, diritti umani. Alcuni strumenti sono utilizzati per facilitarne l’uso: il “clima”, il monitoraggio del tempo (giochi, esercizi, simulazioni, discussioni comunicazione non verbale, ascolto attivo). Alcuni strumenti aiutano a fissare i concetti (ad es.: lavagna a fogli mobili). Gli esercizi sono un mezzo, non un fine, che servono a consentire al gruppo di lavorare insieme in modo più efficace ed efficiente. Nella formazione nonviolenta si utilizza il “gioco” anche se è a volte è considerato un’attività infantile, in realtà giocare serve ai bambini per imparare e le persone imparano di più se si divertono. È importante chiarire che anche se un’esperienza non è completamente condivisa, può comunque innescare meccanismi di apprendimento.
Il metodo è utile per formare un percorso che porta i partecipanti:
- dal tema al problema, dal razionale all’emotivo: con la capacità di impegnarsi nelle questioni, evitando qualsiasi analisi distaccata delle situazioni;
- dal verbale all’espressivo: sia il corpo che la mente devono essere coinvolti con la capacità di imparare a gestire le proprie emozioni;
- dal prodotto individuale al prodotto di gruppo: il risultato non è la somma del prodotto degli individui, ma un tutto organico con un significato più ampio e
L’obiettivo è introdurre un metodo di lavoro nella formazione in termini di teoria e pratica. Questo porterà a una migliore comprensione di se stessi e degli altri (fiducia, coesione, unità e crescita), a una maggiore consapevolezza delle proprie relazioni e emozioni e a un miglioramento delle capacità organizzative del gruppo e della sua azione.
2.2. Un confronto tra metodologia passiva e attiva
Il processo di formazione è suddiviso in quattro fasi, ciascuna caratterizzata da obiettivi specifici e tecniche di attuazione:
- identificazione dei bisogni: l’obiettivo è raccogliere ‘cosa manca’ in termini di competenze,
- pianificazione: l’obiettivo è definire coerentemente gli obiettivi specifici valutando come realizzarli,
- attuazione: l’obiettivo è realizzare l’attività di formazione secondo il piano, implementando i cambiamenti che appariranno necessari man mano che il corso procede,
– valutazione: l’obiettivo è valutare i risultati del corso e i suoi effetti.
- Le Le metodologie didattiche possono essere suddivise in due principali tipologie: metodologia passiva e metodologia attiva.[8]
- Se Secondo la metodologia passiva, la formazione è solo un modo per trasmettere conoscenze. La metodologia passiva si basa esclusivamente sull’apprendimento cognitivo e sulla comprensione dei contenuti/concetti presentati attraverso esposizione diretta. I suoi strumenti sono: lezioni unidirezionali e lezioni con
Il ruolo del partecipante è passivo: i partecipanti sono supposti ascoltare e sono coinvolti solo nella valutazione del loro grado di comprensione. Questa metodologia è efficiente per trasmettere conoscenze tipiche e codificate.
Secondo la metodologia attiva, l’apprendimento rappresenta un insieme di fattori mirati ad uno sviluppo complesso dell’individuo (idee, conoscenze, sentimenti, emozioni, ecc.). Considera anche l’apprendimento affettivo/emotivo (è più facile imparare se la persona nel suo insieme è coinvolta), l’esperienza (si impara attraverso situazioni di vita), l’assimilazione (acquisizione passiva di nuove conoscenze e competenze), e le abilità di mediazione (la capacità di integrare idee esistenti con nuove conoscenze e competenze).
Le tecniche da utilizzare sono: laboratori, casi di studio, role-playing, simulazioni e così via. I partecipanti sono stimolati a parlare, a partecipare e a esprimere le proprie opinioni. È molto efficiente quando si deve promuovere il cambiamento e nuovi comportamenti.
- Metodologia attiva di formazione
Le tecniche didattiche seguono due strategie principali: la strategia dell’ascolto passivo, con un’esposizione predefinita di informazioni e concetti che consente ai partecipanti di svolgere il ruolo di ascoltatori; la strategia della scoperta, con la promozione della modifica dei modelli cognitivi dei partecipanti attraverso l’analisi e l’interpretazione delle loro esperienze e situazioni personali.
È possibile favorire l’una o l’altra strategia, a seconda degli obiettivi di apprendimento, come emerge dalla seguente tabella:
| Obiettivi di formazione | Strategia preferita |
| Conoscenza di fatti, procedure e concetti | ascolto passivo |
| Conoscenza di principi generali | scoprire |
| Abilità operative e manuali | ascolto passivo |
| Comportamenti di routine interpersonali | ascolto passivo |
| Capacità di risolvere problemi che presentano una sola risposta | ascolto passivo |
| Capacità di risolvere problemi con risposte multiple | scoprire |
| Comportamenti interpersonali non di routine | scoprire |
Ognuna delle due strategie può essere suddivisa in diverse fasi. Ognuno di questi metodi specifici e strumenti didattici sarà utilizzato secondo la seguente tabella:
| ASCOLTO PASSIVO | SCOPRIRE | ||||
| Fasi | Strumenti e metodi didattici | Fasi | Strumenti didattici e metodi | ||
| Esposizione di
Idee |
Lezioni | Esperienze di socializzazione | a) Presentazione
diretta in plenaria o in piccoli gruppi |
||
| b) Casi studio | |||||
| c) Simulazione | |||||
| Verifica della
comprensione dei partecipanti |
Test | Verifica della comprensione dei partecipanti | Elaborazione collettiva in plenaria o in piccoli gruppi
|
||
| Esempi | Discussione e test | Generalizzazione | Lezioni attive | ||
| Applicazione pratica | Risoluzione
dei problemi |
Applicazione pratica | – Casi studio
– Simulazioni – Giochi di ruolo |
||
- 4. Alcuni elementi in un modello nonviolento
Il metodo di formazione più appropriato e più attento alla persona è sicuramente legato ai metodi di formazione attiva perché può coinvolgere l’intera persona nel processo di apprendimento lavorando su tutte le leve all’interno di ciascun individuo.
In ogni caso anche il miglior metodo di educazione e formazione sarebbe una cornice vuota senza i contenuti della teoria e dell’azione nonviolenta.
Le metodologie nonviolente sono state utilizzate efficacemente per la prima volta da Gandhi in Sudafrica e successivamente nella lotta per l’indipendenza contro l’impero britannico nei primi anni ’40. Il ‘primo utilizzo’ della nonviolenza non significa che Gandhi sia stato il primo a utilizzare metodi nonviolenti, significa che è stato il primo a dare loro una base filosofica distintiva.
L’obiettivo della nonviolenza è ridurre al minimo la possibile presenza di violenza nell’umanità e nelle attività umane.
Esistono una varietà di approcci nonviolenti, i teorici accademici occidentali della nonviolenza sottolineano l’importanza di osservare le connessioni tra nonviolenza e potere[9], perché da più parti si pensa che la nonviolenza significhi perdere potere e vivere in sottomissione alla forza degli altri.
Entro siffatta prospettiva, “potere” significa la capacità di guidare le persone a fare affidamento sulle risorse umane e sui materiali, avere un apparato di coercizione e burocrazia. Esso si basa sulla collaborazione di un gran numero di gruppi, istituzioni, persone, ecc., e dipende dalle sanzioni come strumento per imporre o ripristinare l’obbedienza e dissuadere la disobbedienza contro i governanti. Le sanzioni attivano l’elemento psicologico della paura e la paura stessa può bloccare qualsiasi tipo di volontà e azione.
Il potere per esistere deve fare affidamento sull’obbedienza attiva o passiva di una moltitudine di persone[10].
L’obbedienza è un elemento cruciale se legato all’autorità. Un esperimento interessante descrive che, al di là dei giudizi morali sull’autorità, l’obbedienza all’autorità può essere una fonte di distruttività umana.
Lo psicologo Stanley Milgram dell’Università di Yale ha dimostrato questa ipotesi attraverso una serie di rigorosi esperimenti di laboratorio descritti nel suo libro.[11]
La nonviolenza è uno strumento utile per “scardinare” l’obbedienza e ottenere nuove cose o difendere cose esistenti.
I suoi strumenti di lotta si basano su due principi cardine: la non-obbedienza e la non-collaborazione, che si possono sviluppare attraverso disobbedienza civile, boicottaggi, sabotaggi, programmi alternativi costruttivi e tante azioni, tecniche e procedure.[12]
Infine sono necessarie risorse umane e finanziarie per sperimentare questi metodi.
Coloro che adottano metodi nonviolenti devono seguire alcune regole chiare come graduare la radicalità dell’azione, sapersi mettere nei panni dell’altro, essere creativi e innovativi nell’azione, essere propositivi e cercare sempre una soluzione che tenga conto della controparte.[13]
2.5 Metodi di decisione
Se la formazione alla nonviolenza è progettata per rispondere all’idea di fornire strumenti per la creazione di gruppi (formati da 15/20 elementi) e per il cambiamento sociale è importante che le persone siano consapevoli delle questioni relative alla gestione dei gruppi e alle relazioni tra le persone che formano i gruppi, sapendo affrontare le dinamiche, i ruoli e le leadership che inevitabilmente sorgono. Ogni momento della vita di un gruppo, ogni azione che si svolge all’esterno richiede assumere delle decisioni, quindi i metodi decisionali non sono secondari e ignorarne il funzionamento può portare alla distruzione del gruppo.
Alcuni metodi possono essere più appropriati per decidere le situazioni più urgenti, altri favoriscono un maggiore grado di coinvolgimento delle persone.
Prendere decisioni significa affrontare situazioni problematiche che richiedono strategie diverse.
Ci sono diversi metodi di decisione e nessuno di essi è perfetto: decisioni per inerzia, per autorità, per minoranza e/o manipolazione, per maggioranza, per consenso e per unanimità.
Decisioni per inerzia: avvengono quando il gruppo è stanco per mancanza di interesse, argomenti, fatica o altro. In questo caso è consueto che l’ultima proposta fatta venga approvata.
Decisione per autorità: all’interno del gruppo c’è una struttura gerarchica ben definita in modo che la decisione presa si basi sui ruoli assegnati.
Decisione per minoranza e/o manipolazione: avviene quando, intenzionalmente o accidentalmente, due o tre persone all’interno del gruppo si alleano e poi spingono il gruppo a prendere decisioni.
Decisione a maggioranza: questo è un metodo in cui c’è il rischio di dividere il gruppo in due o più fazioni, attivando il meccanismo, vinci/perdi. In questo caso, potrebbe esserci la tentazione per coloro che non hanno visto la decisione adottata di “prendersi la rivincita” la volta successiva.
Per utilizzare questo metodo, il gruppo dovrebbe essere sicuro di aver creato un clima in cui tutti i partecipanti sentono di aver potuto esprimersi completamente e si sentono “obbligati” a rispettare le decisioni della maggioranza.
Decisione per consenso: si tratta del metodo preferito dai gruppi che cercano di lavorare all’interno di un quadro nonviolento.
Il consenso non è unanimità. È possibile averlo solo quando la comunicazione è molto aperta e la fiducia è alta. Pertanto, il gruppo non prende decisioni in cui tutti i membri non acconsentono (il che non significa che siano d’accordo). Tutte le persone devono essere in grado di esprimersi e sentirsi ascoltate.
L’approccio consensuale è favorito da diversi fattori: disponibilità a cooperare, fiducia, considerare le idee come un patrimonio di tutti, meccanismi che ostacolano leadership autoritarie, attenzione al valore dei sentimenti e all’empatia.
Per “leadership autoritaria” si intende quella che non lascia spazio e centralizza tutti i ruoli su se stessa. Al contrario la leadership funzionale distribuisce i ruoli e i compiti all’interno del gruppo coinvolgendo tutti i membri.
Un punto centrale nelle fasi del processo consensuale è quello dell’obiezione.
L’obiezione può essere di due tipi:
- obiezione “bloccante”, in questo caso la decisione è bloccata e poi, l’obiezione stessa viene discussa,
- obiezione “non bloccante”, in questo caso l’atteggiamento dell’individuo può essere collaborativo (non sono d’accordo, ma mi adatterò e aiuterò) o non collaborativo (non sono d’accordo, il gruppo sta andando avanti su questa decisione,manonsentodiaiutare).
In alcuni casi di estrema gravità e urgenza, il gruppo potrebbe aver bisogno di un meccanismo basato sulla fiducia che il gruppo ha al suo interno: questo è il metodo dei ‘decisori rapidi’. Di solito comprende due persone che hanno la fiducia del gruppo e che sono responsabili per il gruppo di decidere in determinate situazioni. La decisione può essere messa in discussione, ma solo dopo che è stata eseguita.
Decisione per unanimità: è la decisione perfetta a livello razionale, ma estremamente difficile da raggiungere. L’unanimità non è richiesta se può essere sostituita da un vero consenso.
Questo metodo può essere rilevante per decisioni chiave per la vita del gruppo. Il grado di energia e tempo necessario per questo meccanismo può essere inefficace e costoso per decisioni non vitali.
3. Implementare la formazione alla nonviolenza.
Per implementare la formazione alla nonviolenza non è necessario inventare nulla di nuovo. I formatori devono essere umili e creativi, nonché saper adottare un approccio interdisciplinare. Umili per sapere che ci sono già un gran numero di contributi autorevoli sull’argomento. Creativi nel senso di voler innovare, modificare e cambiare strumenti ed esercizi che già esistono.
Ad esempio, il contributo del “Teatro degli Oppressi” così come concepito da Augusto Boal[14] è importante se è collegato alla comprensione della “pedagogia della violenza” ideata da Lennart Parknas[15] e alla “psicologia della nonviolenza” elaborata dalla già citata Patfort[16] È difficile pensare a modi alternativi alla violenza senza “creatività”, come suggeriscono Hubert Jaoui e Edward De Bono[17], o “abilità di comunicazione nonviolenta” per riprendere l’espressione di Jerome K. Liss[18].
Boal con il suo teatro degli oppressi mette in gioco il nostro corpo, le oppressioni psicologiche e socio-politiche. Il teatro diventa uno strumento per cambiare e trasformare questa oppressione. La proposta di Patfoort è centrale per comprendere che esiste una pedagogia della nonviolenza, mentre quella di Parkans per valutare le implicazioni dell’istinto aggressivo nel comportamento umano e la sua relazione con il potere e la passività.
De Bono ci offre il ‘pensiero laterale’ che esamina il potenziale dell’intelligenza umana; Jaoui ha osservato la ‘creatività’, come un atteggiamento permanente per affrontare le situazioni. Paulo Freire[19] aiuta a valutare il sistema educativo e a comprendere come ogni metodo educativo possa contribuire al cambiamento sociale o piuttosto alla sua preservazione.
Martin Jelf, dal canto suo, analizza la dinamica di gruppo e la formazione necessaria per implementare una vita sociale e politica[20]; il già menzionato Liss osserva l’idea di comunicazione democratica, specialmente all’interno delle realtà di gruppi o associazioni. Il volume curato da Simon Fisher[21] è essenziale per le persone che lavorano in aree colpite da conflitti e violenza. La separazione del libro in quattro parti distinte (analisi, strategia, azione e apprendimento) è molto utile per comprendere come sviluppare un manuale di formazione sulla nonviolenza.
Roger Fisher e William Ury[22] si sono concentrati sul contributo della negoziazione. L’azione nonviolenta diretta non è, infatti, l’unica dimensione in cui è possibile utilizzare metodi nonviolenti. Loos ha invece prestato attenzione ai giochi cooperativi che diventano uno strumento per l’apprendimento e la conoscenza[23]. La raccolta di scritti Percorsi di formazione alla nonviolenza è preziosa perché descrive più di centosettanta esercizi suddivisi in diverse aree (ad esempio, dinamiche di gruppo, comunicazione, conoscenza delle persone)[24].
D’altra parte, il libro di Ruth Mischnick[25] è una lettura essenziale per i formatori, con esercizi per la trasformazione nonviolenta dei conflitti che riflettono il contributo della teoria della già citata Francis[26].
Le sfide connesse a questi percorsi sono legate alla sfera della nostra dimensione umana e sociale. La sfida alla nostra umanità è legata all’idea di speranza, dove la speranza indica la possibilità per l’umanità di migliorare sempre la propria condizione.
Le persone che sperano compiono azioni concrete. La speranza è trovare ogni possibile soluzione per il miglioramento all’interno del regno delle possibilità concrete. L’addestramento alla nonviolenza raccoglie quindi la speranza e la sfida di cambiare la nostra dimensione sociale.
La nonviolenza richiede cambiamenti profondi nella sfera sociale, questi cambiamenti sono legati alle relazioni di potere, alle istituzioni economiche, religiose e educative. I cambiamenti influenzano anche la capacità delle persone di avere opportunità di crescita personale e sociale e la possibilità di poter cambiare la propria condizione individuale.
L’addestramento alla nonviolenza sfida la persona ad andare controcorrente e a infrangere le regole sociali in modo creativo, in cambio della possibilità di offrire una prospettiva alternativa.
Educare alla nonviolenza significa pertanto partire dalle nostre esperienze quotidiane, dalle aree a noi più vicine e poi espandere la sfera su scala sociale, nazionale e mondiale.
La nonviolenza non può essere acquisita in un contesto formalizzato perché è un’istruzione olistica. Essa implica il coinvolgere tutti gli aspetti della persona: emozioni, sentimenti, razionalità, e così via. L’addestramento alla nonviolenza è un percorso e anche un processo di cambiamento con l’obiettivo di essere sempre attori del cambiamento e che, cambiando, occorre imparare nuove lezioni.
L’addestramento alla nonviolenza ci porta a conoscere l’individuo e questo richiede che il formatore sia sempre attento e sia sempre pronto a modificare il proprio progetto originale di insegnamento per adattarsi alle esigenze dei propri studenti.
Un’altra consapevolezza di chi assume il compito della formazione deve essere il dono della pazienza.
Chi è impegnato a formare alla nonviolenza deve sapere che il percorso richiede tempo perché le persone devono assimilare le lezioni apprese e prendere le proprie decisioni. La formazione per la nonviolenza coinvolge tutta la persona e avviene attraverso l’esperienza diretta.
In qualche modo, l’attività di formazione riproduce l’esperienza, tuttavia, il fattore tempo è anche necessario affinché l’esperienza venga decodificata, analizzata e accettata come insegnamento.
La formazione alla nonviolenza non è un’attività individuale. Sebbene sia possibile studiare un argomento da soli, la nonviolenza richiede la condivisione del percorso o di parti di esso con un gruppo di persone. Condividere con gli altri non solo promuove la creazione di esperienza, ma la elabora anche in un contesto di contributi diversi. I risultati ottenuti saranno molto più della somma delle riflessioni dei partecipanti ai corsi di formazione. Ulteriore conferma della necessità di procedere come gruppo e non da soli nell’apprendimento della nonviolenza è il fatto che ogni azione diretta nonviolenta richiede la partecipazione di molte persone e le persone devono sentirsi bene in termini di motivazioni e preparazione. Le persone devono avere fiducia nel gruppo con cui si stanno mettendo in gioco per raggiungere gli obiettivi.
Infine, chi si cimenta con l’opera della formazione dovrebbe essere consapevole che la formazione per la nonviolenza non produce sempre i risultati attesi o desiderati. È del tutto possibile fallire o non raggiungere completamente gli obiettivi, anche con una buona pianificazione ed esecuzione della formazione. Il risultato non può mai essere unico, standardizzato o prevedibile, ma è invece esposto alle variabili del comportamento umano e implica diverse sfide.
Conclusione: una molteplicità di sfide, “interne” ed “esterne”
Le sfide sono sia interne sia esterne alla formazione e sono dunque molteplici.
Quelle interne appartengono al processo di formazione e quelle esterne appartengono al contesto generale in cui si svolge la formazione.
Le sfide interne possono essere raccolte in undici.
La prima sfida è quella della speranza. Come già indicato in precedenza è la speranza che guida il cambiamento in profondità. La formazione alla nonviolenza offre alle persone non solo strumenti preziosi per realizzare la speranza, ma anche la possibilità di superare le difficoltà che qualsiasi cambiamento all’esistente richiede.
La seconda sfida è quella della formazione interdisciplinare alla nonviolenza. Essa riguarda l’intera persona ed è misurata su diversi livelli di apprendimento per i quali il metodo tradizionale e formale di insegnamento è inadeguato e c’è bisogno di implementare nuove procedure tenendo presente l’acquisizione delle teorie dell’apprendimento, come quella che afferma che ‘le persone non solo apprendono in modi diversi ma sono anche in grado di digerire quelle informazioni in vari modi: Howard Gardner le chiama “intelligenze multiple”.[27]
La terza sfida è quella del gruppo. La formazione alla nonviolenza si apprende nel gruppo. Tutte le persone forniscono un contributo per l’apprendimento attraverso l’esperienza e la teorizzazione in aula. L’aula, tra le altre cose, è il luogo di scambio e confronto, non di assimilazione, e quindi anche la logistica dell’aula, la sua forma, le condizioni materiali e fisiche in cui si svolge la sessione di formazione, sono elementi preziosi da considerare per una formazione di successo.
La quarta sfida è quella della differenza interculturale. La formazione alla nonviolenza potrebbe non avere un modello definito e valido per tutti. La divisione classica tra l’approccio gandhiano, più legato all’intera persona, e quello “occidentale”, più connesso ai meccanismi di acquisizione e perdita di potere, sono due divisioni principali che ci chiedono di avere attenzione verso le differenze e il confronto delle culture.
La quinta sfida è il tempo. A tal riguardo il motto di Alexander Langer, “più lento, più profondo, più dolce”, è certamente emblematico per la formazione nonviolenta.[28]
La sesta sfida è sapere come cambiare se stessi e poi cambiare il sociale o il conflitto in cui si è coinvolti. Cambiare se stessi per non cambiare il contesto in cui si vive è un esercizio sterile.
La settima sfida è il percorso di formazione. La formazione nonviolenta non è acquisita una volta per tutte. I gruppi e le realtà che iniziano questo processo devono essere consapevoli di aver intrapreso un viaggio e di non aver raggiunto la destinazione finale.
L’ottava sfida è organizzativa. L’attività di formazione dovrebbe sempre essere preparata. Tutti gli aspetti della formazione, dal programma ai materiali, non dovrebbero essere lasciati al caso e alla buona volontà, anche acquisendo le informazioni necessarie su chi sono i beneficiari del corso. È anche bene che sia fatta da una squadra organizzativa composta da diverse persone e con ruoli multipli.
La nona sfida è quella della ricerca-azione. La formazione prepara le persone all’azione. Successivamente, l’azione deve essere analizzata e valutata per migliorare l’attività di formazione stessa. In un circolo positivo che da un punto torna a quel punto con i cambiamenti appresi dall’azione e dalla riflessione successiva.
La decima sfida è la consapevolezza del possibile fallimento. La formazione ha a che fare con le persone e non si può mai sapere realmente come, in che modo e per quanto tempo cambierà o influenzerà realmente il loro comportamento.
L’undicesima sfida, forse la più significativa, è la capacità degli individui di gestire i propri istinti interni (rabbia, aggressione, violenza, invidia, avidità e così via) attraverso lo strumento della nonviolenza, che influisce sulle attitudini e sul comportamento esterno.
Venendo alle principali sfide esterne alla formazione per la nonviolenza, esse derivano dal contesto generale.
La prima sfida è quella degli interessi politici ed economici del complesso militare-industriale. È la sfida più complicata e difficile. Il complesso militare-industriale era stato identificato già ai tempi del terzo presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson. Nel 1961 il presidente degli Stati Uniti Eisenhower (partito Repubblicano ed ex generale delle Forze Armate) nel suo discorso alla nazione mise in evidenza le intricate complessità politiche ed economiche del complesso militare-industriale che influenzano pesantemente tutti gli aspetti della società e finiscono per minare le radici della libertà e della democrazia[29].
La seconda sfida rimanda all’idea secondo cui “la guerra è semplicemente la continuazione della politica con altri mezzi”, seguendo la famosa citazione di Carl von Clausewitz, che resta difficile da superare.
La terza sfida è l’idea che l’aggressione e la violenza siano istinti umani che non possono essere controllati. La dichiarazione degli scienziati a Siviglia[30], nel 1991, non è riuscita a cancellare queste idee che sono ancora ampiamente utilizzate come autorevoli da varie fonti.
La quarta sfida è l’idea che le armi siano ora considerate una merce come qualsiasi altra. Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, gli stati hanno abdicato al controllo delle armi e del suo mercato (che faceva parte della politica estera di un paese) e si sono affidati a semplici forze di mercato.
Pertanto, non ci sono solo aziende private che vendono armi a tutti, ma forniscono anche servizi di sicurezza e paramilitari a chi è in grado di pagare i ‘servizi’ dei mercenari.[31]
La quinta sfida è legata alla formazione e si riferisce a scuole militari, accademie, università dove si insegna l’arte della guerra. Da esse passano molte persone che poi saranno a guida dei governi e degli apparati istituzionali dei propri paesi.
Per concludere con una metafora, la formazione alla nonviolenza e la nonviolenza non sono “funghi che spuntano nel deserto”, necessitano di un bosco: humus, pioggia e sole per emergere e crescere, quindi, fuor di metafora, l’impegno nella formazione è quello di diffondere questo sentimento e far crescere alberi e foreste in tutte le aree possibili.
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[1] Si veda, a titolo esemplificativo, James Ledbetter, Unwarranted Influence: Dwight D. Eisenhower and the Military-Industrial Complex (Icons of America). Yale University Press, London, 2011.
[2] UNESCO, Learning to be. The World of Education Today and Tomorrow, Unesco Publishing, Parigi, 1972; UNESCO, Learning: the Treasure Within, Unesco Publishing, Parigi, 1996.
[3] UNESCO, Raccomandazione dell’Unesco sull’educazione alla pace, ai diritti umani e allo sviluppo sostenibile, Unesco Publishing, Parigi, 2024, p. 8.
[4] Per alcuni importanti sviluppi di questa prospettiva si veda Diana Francis, People, Peace and Power. Conflict Transformation in Action, Pluto Press, London, 2002, in part. p. 43.
[5] Pat Patfort, Costruire la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 1992.
[6] Per un’ampia trattazione si veda Aldo Capitini, Capitini Aldo, Le tecniche della nonviolenza, Edizioni dell’Asino, Roma, 2009.
[7] George Lakey, Why Training for Nonviolent Action?, in “International Journal of Nonviolence”, II (1).
[8] Sul punto sia consentito rinviare a Raffaele Barbiero, The Training Process. Course for International Peace Mediators, module M06 ISS, Unpublished essay, Coventry University, Coventry, 2011.
[9] Gene Sharp, Waging Nonviolent Struggle: 20 th Century Practice and 21 th Century Potential, Porter Sargent Publishers, Boston, 2005, p. 37.
[10 Lo spiegò in maniera assai efficace già agli inizi del ‘500 Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli, Milano, 2014.
[11] Stanley Milgram, Obbedienza all’autorità. Uno sguardo sperimentale, Einaudi, Torino, 2003.
[12] Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, vol. II, Le tecniche, EGA-ed.Gruppo Abele, Torino, 1986.
[13] Thomas Weber, Gandhian Philosophy, Conflict Resolution Theory and Practical Approaches to Negotiation, in “Journal of Peace Research”, vol. 38 (4), 2001, pp. 493-513.
[14] Augusto Boal, Il poliziotto e la maschera. Giochi, esercizi e tecniche del Teatro dell’Oppresso, Molfetta: Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 2009.
[15] Lennart Parknas, Attivi per la Pace. Manuale per la gestione dei percorsi emotivi nei gruppi, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 1998.
[16] Pat Patfort, Costruire la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti, cit.
[17] Hubert Jaoui, Creatività per tutti, Franco Angeli, Milano, 1993; De Bono’s Thinking Course (new edition): Powerful Tools to Transform Your Thinking, BBC Active, Harlow, 2006.
[18] Jerome K. Liss, La comunicazione ecologica. Manuale per la gestione dei gruppi di cambiamento sociale, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 1992.
[19] Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, EGA-Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2018.
[20] Martin Jelfs, Tecniche di animazione. Per la coesione nel gruppo e un’azione sociale nonviolenta, Elledici, Torino, 2008 (ristampa).
[21] Simon Fisher et alii, Working with Conflict: Skills and Strategies for Action, Zed Books, London, 2000.
[22] Roger Fisher, William R. Ury, with Patton Bruce, Getting to Yes. Negotiating Agreement Without Giving In, Penguin Random House, London, 2011.
[23] Sigrid Loos, Novantanove giochi cooperativi, EGA-Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1989.
[24] Euli Enrico et alii, Percorsi di formazione alla nonviolenza. Viaggi in training, presentazione e contributi di Alberto L’Abate, Editrice Satyagraha, Torino, 1996 [I ed. 1992].
[25] Ruth Mischnick, Trasformazione nonviolenta dei conflitti. Manuale di formazione per un corso di formazione di formatori, Kurve Wustrow (Centro per la Formazione e il Networking nell’Azione Nonviolenta), Bratislava.
[26] Oltre ai riferimenti citati, vi sono anche numerose pubblicazioni e libri predisposti da organizzazioni e movimenti.
[27] Il riferimento è contenuto in Caritas Internationalis, Peacebuilding: A Caritas Training Manual, Caritas Internationalis Publisher, Vatican City, 2022, p. 190.
[28] Rabini Edi, Sofri Adriano (a cura di), Alexander Langer. Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio Editore, Palermo, 1996, p. 146.
[29] Per questi riferimenti si rinvia a Walter Russell Mead, Special Providence: American Foreign Policy and How it Changed the World, Routledge, London, 2002.
[30] UNESCO, Seville Statement on Violence. Preparing the Ground for the Constructing of Peace, UNESCO Publishing, Parigi, 1991.
[31] Su questi profili: Francesco Vignarca, Mercenari S.p.A., BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), Milano, 2004.